Svesti ogni vanto, o spirito di fango,
qui dove il gelo sigilla la bocca del vulcano.
La notte non è un manto,
ma una lastra di ardesia sul mio petto,
il peso esatto delle parole rimaste in gola.
Non voltarti.
Lascia che il buio si faccia marmo sulle tue labbra.
Siamo la crepa che il gelo apre nella roccia,
un incendio spento,
un’ascesi di memoria.
Smetti di mendicare il senso tra le nuvole.
il cielo è un’incudine
che batte sul dorso delle valli.
Non c’è musica nel vento,
solo il sibilo della chiave che cerca la fessura,
il dente del gelo che morde la mia nuca.
Scorda la speranza che fiorisce;
cerca la verità come un taglio nell’ombra.
La bellezza non è il fiore, ma la spina:
il solco che il dolore traccia sulla fronte,
una scheggia di selce che non si lascia calpestare.
Non cercarmi dove l’erba è dolce;
cercami nella gola secca del torrente,
tra i detriti che trascina via,
dove la chiglia tocca la scogliera
e il legno impara lentamente ad annegare.
Siedi con me su questa quercia stanca.
Senti l’odore del timo salire verso i monti.
Resta qui,
a soffocare i ricordi tra le travi,
diventa la legge che governa il tuo sentire.
Non lasciare versi.
Lascia cicatrici.
Ora sei sulla sponda, guardi la corrente:
non c’è dolore che l’acqua non sappia levigare.
Diventa ciottolo nel letto del mio fiume,
solo ed arreso alla forza del suo tracimare.
Non siamo che un passaggio di luce tra le foglie,
un brivido di vento che increspa lo stagno
prima di tornare
specchio immobile del cielo.
Ora dormi, piccolo seme di volontà.
Lascia che l’ombra del monte ti copra dolcemente,
finché il mattino non ci troverà ancora qui,
nudi come salici sfibrati,
che spingono radici
nel cuore della terra.
Le poesie ti leggono.