Ho visto Dio nel sudore dell’uomo,
nel dorso spezzato del campo a mezzogiorno,
nel grido muto del seme
che si apre al mondo…
L'ho visto dove il grano si fa oro,
nel silenzio che precede la marea…
nell’eclissi di ogni certezza,
quando l’ombra è un sipario chiuso
che avvolge la nostra coscienza.
Egli abita il crepaccio, la ferita,
il vuoto tra i denti.
Decapita i bastioni,
le impalcature provvisorie della logica,
e ci lascia lì, monconi di spirito
nel fango della grazia,
a sentire l’odore della terra
che si spacca sotto il Suo passo.
L'ho visto tra le navate di pietra algida,
nel sussurro rassegnato dei vespri,
nel muscolo teso della mano che incide la parola,
nella violenza della radice
che fora il fango invernale.
L'ho visto nel bianco abbacinante del sale che urla,
nella ferocia di un tramonto
che infiamma la cresta delle colline.
Ho smesso di cercarti nei nomi.
Ti ho trovato nel disastro della mia stessa carne.
Sei entrato come l’ascia entra nel pino:
recidendo i tendini della mia superbia,
abbattendo le travi
che tenevano su il mio cielo di cartone.
Crolla la cattedrale dei miei sensi.
Schiantati sono i pilastri della ragione.
Eravamo carne muta,
ora il sangue è un fiume in piena.
Egli non consola, Egli consuma.
Sventra il petto del poeta
per trovarvi il Suo tempio,
finché l’anima, ridotta a nudo splendore,
non urla il Suo nome…
È nell’urlo mi perdo,
senza respiro.
Finalmente schiavo.
Finalmente Dio.
Divina, eterna prigionia.