( ode del sol morente)
l'orbe s'inasprisce nell'agonia dell'ovest,
un occhio ciclopico che sanguina
sui fianchi aridi della costa,
colando il suo oro nelle gole profonde della Sierra.
Non è un congedo mite,
ma un martirio di luce che schiaffeggia il granito,
mentre l'ombra
allunga le dita fino alle radici dei pini marittimi.
Il cielo è una ferita aperta ,
un altare di nubi incendiate
dove il giorno sacrifica se stesso
sull'incudine del mare battente.
Il respiro del mondo si fa' denso come resina,
mentre il porpora si sposa col nero cenere
nella liturgia cieca della sera.
Il tramonto è un patibolo di luce:
l'orizzonte recide il capo al giorno.
Risaliamo
il buio delle nostre anime,
con le unghie piantate nel vuoto,
fino a che l'io non sia che un rantolo di fiato
nel nero insaziabile
della gola di Dio.