La Vucciria era un assalto ai sensi. Le grida dei venditori ("abbanniate") si mescolavano al profumo del pesce fresco e delle spezie. Sirrom camminava a testa bassa, il bavero alzato, cercando di confondersi tra la folla. Aveva bisogno di comprare del pane e del vino, le uniche cose che lo facevano sentire ancora parte del mondo dei vivi.
In alto, invisibile sopra le nuvole, un drone mq-9 Reaper puntava la sua telecamera multispettrale sul mercato. "Soggetto identificato," gracchiò la voce dell'Esecutore nell'orecchio dei dodici mercenari appostati tra i vicoli. "Non usate armi da fuoco. La folla è troppo densa e non vogliamo martiri. Usate i dardi paralizzanti e i dissuasori sonici.
Circondatelo."
Sirrom si fermò davanti a un banco di arance. Sentì un brivido lungo la schiena, lo stesso che descriveva Nonno Vincent quando parlava dei cecchini austriaci sul Carso. L'aria si era fatta improvvisamente troppo immobile.
Guardò il venditore, un uomo anziano con le mani deformate dall'artrite. Senza dire una parola, Sirrom gli sfiorò le dita mentre prendeva un'arancia. L'uomo sussultò: vide le sue nocche sgonfiarsi e il dolore sparire in un istante. Ma non fece in tempo a ringraziare.
"Lì! Prendetelo!"
I mercenari scattarono. Uscirono dai vicoli come ombre nere, armati di bastoni elettrici e pistole ad aria compressa. La folla iniziò a urlare, il panico si diffuse tra le bancarelle di legno.
Sirrom si guardò intorno. Non poteva correre, avrebbe travolto i vecchi e i bambini. Ricordò l'insegnamento del nonno: "Un Cavaliere non rompe le linee nemiche, le dissolve."
Chiuse i palmi delle mani. Non invocò la forza, ma l'armonia delle particelle.
Invece di colpire gli assalitori, Sirrom agì sull'umidità dell'aria e sul ghiaccio che ricopriva i banchi del pesce. Con un impulso del suo potere, accelerò il movimento molecolare dell'acqua, trasformandola istantaneamente in una nebbia fitta, bianca e impenetrabile che avvolse l'intera piazza in pochi secondi.
"Non vedo niente! I visori termici sono accecati dal vapore!" urlò uno dei mercenari.
Nella nebbia, Sirrom si muoveva come un fantasma. Mentre passava accanto ai soldati accecati, non li colpiva. Si limitava a sfiorare i loro petti. Ad ogni tocco, curava le loro vecchie ferite, i loro traumi post-traumatici, le loro ulcere causate dallo stress.
Quando l'Esecutore, furioso, ordinò di attivare i ventilatori dei droni per diradare la nebbia, Sirrom era già sparito. Ma i suoi inseguitori rimasero lì, immobili, le armi abbassate. Uno di loro si tolse il casco, piangendo: il dolore cronico alla schiena che lo tormentava da anni era svanito. Non avevano più voglia di cacciare.
Quella notte, tornato al palazzo, Sirrom guardò la medaglia al valore.
Era calda.
"Hai visto, nonno? Li ho fermati senza alzare un dito."
"Hai fatto di più, Sirrom," rispose la voce di Vincent nel buio. "Hai usato la guarigione come arma di pace. Ma attento: l'Esecutore ora sa che non sei solo un medico, ma un sovvertitore d'anime. La prossima volta non manderà uomini. Manderà macchine."
Sirrom viene attaccato su tre fronti: tecnologico, politico e spirituale.
L'Esecutore ha capito la lezione: gli uomini sono corruttibili dalla bontà di Sirrom. Decide quindi di lanciare l'Unità X-0, un drone bipede corazzato privo di qualsiasi componente biologica. Non ha un sistema nervoso da calmare, non ha organi da guarire, non ha un'anima da redimere.
Il robot viene paracadutato sui tetti di Palermo. È programmato per una missione di attrito: non deve sparare, ma emettere onde ultrasoniche che frantumano la pietra e il vetro, costringendo Sirrom a usare tutta la sua energia solo per tenere in piedi gli edifici e proteggere i civili, esaurendolo molecolarmente.
Sirrom capisce che restare in Sicilia significa condannare la sua terra.
Prende una decisione che Nonno Vincent avrebbe approvato: l'offensiva diplomatica. Lascia Palermo e, muovendosi come un'ombra tra i treni regionali, raggiunge Roma. Non va in Vaticano, né in
Parlamento. Si presenta davanti alla sede della Global Health Corp durante il gala annuale dei ceo mondiali.
Mentre i potenti della Terra brindano a nuovi brevetti su malattie incurabili, Sirrom entra dalla porta principale. Le guardie provano a fermarlo, ma lui cammina con una tale autorità che nessuno riesce a premere il grilletto. Arrivato al podio, non minaccia nessuno. Si limita a posare le mani sul tavolo di marmo, che sotto il suo tocco inizia a fiorire, trasformando la pietra fredda in una distesa di muschio e gigli bianchi. "Sono qui per rassegnare le dimissioni del mondo dal vostro dolore," annuncia, mentre le telecamere trasmettono l'evento in diretta mondiale.
Proprio mentre la tensione a Roma raggiunge il culmine, Sirrom apre finalmente la busta ingiallita che il nonno gli aveva consegnato sul letto di morte, con l'ordine di leggerla solo "quando avresti sentito il peso di tutte le lacrime del mondo".
La lettera, scritta con la calligrafia elegante del segretario perfetto, rivela una verità sconvolgente:
"Caro Sirrom, nel 1917, tra i reticolati della trincea, io non pregai per la mia vita. Pregai per un uomo che potesse portare il peso del peccato originale della carne: la decadenza. Il potere che hai non viene dal cielo, ma dalla Terra stessa che reclama il diritto di non essere più un cimitero. Ma sappi questo, nipote mio: la scelta divina non è un dono per te, è un test per loro. Se l'umanità cercherà di ucciderti nonostante la tua luce, allora non sono le membra che devi guarire, ma la loro volontà. Il nobile palermitano che servivo non era un uomo, era il custode di un'antica stirpe che aspettava te. Il tuo vero compito non è operare i corpi, ma operare la Storia."
Sirrom realizza che guarire i ciechi e gli zoppi è stato solo l'inizio. Il vero miracolo che deve compiere è molto più pericoloso: deve guarire l'umanità dalla sua dipendenza dal potere.
L'Esecutore e il robot X-0 stanno arrivando a Roma per l'atto finale.
Sirrom è solo, davanti ai leader del mondo, con la lettera di Vincent stretta nel pugno.
La terrazza del Pincio, Roma. Il sole tramonta tingendo la città di un rosso sangue che ricorda le trincee del 1917.
L’Esecutore avanza lentamente. Dietro di lui, l’automa X-0 è rimasto immobile, i circuiti fritti da un’ondata di energia che Sirrom ha sprigionato appena l'arma ha varcato le mura aureliane. L’Esecutore si toglie il casco tattico, rivelando un volto segnato da una freddezza aristocratica.
"Mio nonno parlava spesso del tuo," esordisce l'Esecutore, estraendo un pugnale antico con l'impugnatura in avorio. "Diceva che il suo segretario, quel Vincent, era l'unico uomo che rispettasse davvero. Ma diceva anche che Vincent aveva rubato qualcosa che apparteneva alla nostra famiglia da secoli."
Sirrom lo guarda con una tristezza infinita. "Vincent non ha rubato nulla, Duca. La tua stirpe possedeva il segreto della cura, ma lo usava per decidere chi dovesse vivere e chi morire. Mio nonno ha solo chiesto a Dio di dare quel potere a chi non avrebbe mai chiesto nulla in cambio."
L'Esecutore è il discendente diretto del nobile palermitano servito da
Vincent. La sua missione non era solo economica: era una vendetta familiare. Lui crede che il potere di Sirrom sia un'eredità nobiliare "usurpata" da un servo.
"Quello che hai nelle vene è mio per diritto di nascita," ringhia l'Esecutore, scagliandosi contro Sirrom.
Invece di schivare, Sirrom apre le braccia. Il pugnale lo colpisce alla spalla, ma non esce sangue rosso. Ne esce una luce liquida, dorata, che inizia a scorrere lungo la lama, avvolgendo le mani dell'Esecutore.
Cura l'odio ancestrale che l'Esecutore porta dentro. Cura le ferite invisibili di una stirpe che per secoli ha accumulato potere a spese della sofferenza altrui.
"Tuo nonno non era un uomo cattivo," sussurra Sirrom, mentre l'Esecutore cade in ginocchio, sopraffatto da una sensazione di pace mai provata. "Era solo un uomo che aveva paura della morte. Io ti libero da quella paura."
Il mondo è cambiato. Dopo la notte di Roma, l'Esecutore abbandona le armi e usa le sue immense ricchezze per trasformare la Global Health
Corp in una fondazione umanitaria mondiale. Le macchine da guerra vengono smantellate.
Sirrom, fedele agli insegnamenti di Nonno Vincent, non resta a godersi la gloria. Non vuole essere un re.
Sirrom entra nello studio di Vincent, posa la lettera e la medaglia sulla scrivania. È diventato un uomo comune; il suo potere si è esaurito in quell'ultima, immensa guarigione dell'anima del suo nemico.
Si siede sulla poltrona di pelle, chiude gli occhi e sente l'odore familiare di cannella e carta antica.
"Il lavoro è finito, nonno," pensa.
E nel silenzio della stanza, sembra di sentire lo scatto di un orologio da taschino che si chiude e una voce soddisfatta che risponde: "Ben fatto,
Cavaliere. Ora riposa."
Il sole stava scomparendo dietro l’orizzonte di Conca d'Oro, tingendo le pietre della vecchia villa di un riflesso dorato, simile al colore della medaglia che Sirrom teneva tra le dita. Il silenzio, in quella stanza, non era un vuoto, ma una pienezza; era il respiro di un mondo che, per la prima volta dopo millenni, non urlava più di dolore.
Sirrom sentì il potere scivolare via. Non fu uno strappo, ma un congedo gentile, come l’inchiostro che finisce in una penna stilografica dopo aver scritto la parola "Fine". Le sue mani, che avevano ricomposto ossa frantumate e restituito la luce ad occhi spenti, ora erano solo mani: solcate da piccole rughe, umane, mortali.
Si avvicinò alla scrivania di mogano che era stata del nonno. Accanto alla lettera di Vincent, posò la croce al merito di guerra. Due oggetti che avevano attraversato un secolo di tempeste per trovarsi lì, in quel preciso istante di pace.
«Abbiamo servito bene, nonno,» sussurrò, e la sua voce non tremò. «Il debito della stirpe è pagato. L'ordine è stato ristabilito.»
Non c’erano più folle ai cancelli, né droni a oscurare il cielo.
L'Esecutore, ormai libero dal peso del suo lignaggio, stava raccontando al mondo una nuova verità, ma Sirrom non aveva bisogno di ascoltare.
Lui conosceva già il finale.
Si sedette sulla poltrona di pelle consunta e appoggiò la testa allo schienale. Chiuse gli occhi, lasciando che l’odore di zagara e tabacco antico lo avvolgesse come un vecchio mantello da ufficiale. Non era più il Dottor Sirrom, il miracolo vivente, il bersaglio dei potenti. Era solo il nipote di Vincent, un uomo che aveva compiuto il suo turno di guardia.
In quel momento, nel confine tra il sonno e l'eternità, gli parve di sentire il passo ritmato di uno stivale militare sul pavimento di marmo e il suono secco di un saluto a braccio teso.
«Il turno è finito, Cavaliere,» sembrò mormorare l’aria calda della sera. «Puoi andare a riposare.»
Sirrom sorrise, un sorriso che non aveva mai mostrato a nessuno, e rimase immobile, mentre la notte siciliana scendeva dolce e curativa su di lui e su tutta la Terra.
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