È il venticinque dicembre,
sono soffocato dai pensieri.
È normale, si dice.
ma la normalità è solo una parola messa sopra una stanza senza finestre.
io sono solo, e non per caso:
nella mia testa mi vedo così,
una figura seduta in se stessa,
senza pubblico, senza eco.
non è vero che un invito salva.
non è vero che chi ti vuole lì con sé ti fa sempre bene.
a volte la presenza è un peso aggiunto,
una luce accesa quando gli occhi hanno bisogno di buio.
stare soli, molte volte, è l’unica forma di respirazione rimasta.
quando hai una relazione e vuoi renderla tua,
riprendere i percorsi fatti insieme.
la relazione resta,
ma come un edificio evacuato.
lo sport aiuta.
sì, aiuta.
come un panno su una ferita che non si chiude.
perché il peso cresce, si estende,
una macchia di petrolio che non galleggia più:
entra nei tessuti, li intossica.
il tatuaggio avanza,
occupa lo spazio di ciò che prima era pulito.
il corpo diventa una mappa di invasioni lente.
nella vita si paga tutto.
soffocare o farsi fare una leva articolare,
è la stessa moneta.
si sceglie il dolore che fa sentire qualcosa,
non quello che insegna.
perché non si vuole imparare.
si vuole solo interrompere il rumore.
la disciplina non è controllo:
è lasciarsi andare nel punto esatto della frattura.
non c’è sconfitta più grande
di non saper perdere fin dall’inizio,
di resistere quando bisognerebbe cedere.
sono nato solo.
sono cresciuto solo.
e vedrò il mio corpo morire
senza tempo per nessuno.
non per crudeltà,
ma per coerenza.
questa è la foto:
un uomo fermo,
circondato da ciò che avrebbe potuto essere condiviso,
con il tempo che passa senza toccarlo,
e la solitudine che non urla,
ma resta.