ultima corsa, notte sfinita,
il bus tossisce alla fermata vuota,
e lei — zaino leggero e occhi pesanti —
scende senza fretta, come chi non aspetta più.
ha auricolari scarichi,
una felpa larga e una cicatrice
che non è sul corpo,
ma la portano gli occhi,
quando guardano troppo nel vuoto.
il capolinea odora di pioggia vecchia
e birra rovesciata da qualcuno
che voleva dimenticare qualcosa
prima di ricordare tutto.
lei si siede sulla panchina di ferro,
accende una sigaretta
come se fosse un faro,
un piccolo incendio personale
contro il buio di certi pensieri.
controlla il telefono. Nessun messaggio.
ma lo fa lo stesso —
non per sperare,
solo per abitudine.
un gabbiano urla da qualche parte,
come a ricordare che anche il mare
ha le sue notti storte.
e intanto la città le gira attorno,
senza vederla davvero.
perché certe persone
non scompaiono mai tutte insieme —
si dissolvono piano,
una fermata alla volta.