sta lì, appoggiata al lampione come a un vecchio amico,
scarpe rovinate, sigaretta accesa,
un altro turno, un altro cliente,
un'altra notte che la città si è presa.
si chiama Lara, o almeno così dice.
il vero nome l'ha lasciato a diciassette anni
sotto le lenzuola di un amore sbagliato,
quando ha capito che a volte
la fame ha il volto di un uomo che promette.
ora vive in affitto tra sogni sfondati,
una stanza con vista su un cortile di silenzi,
dove l’acqua calda è un lusso,
e le bollette si pagano col corpo.
il bar all’angolo la saluta ogni sera,
non per gentilezza, solo per abitudine.
il barista non chiede mai niente,
ma le lascia un caffè pagato
quando fuori piove e il trucco le cola sul mento.
le altre ragazze sono sorelle per finta,
nemiche per necessità.
si scambiano accendini e silenzi,
ma non parlano mai di sogni —
sono troppo delicati, si rompono al primo sguardo.
qualcuno la chiama “puttana” dal finestrino,
altri non la chiamano affatto.
i peggiori sono quelli gentili,
quelli che dicono “mi dispiace che sei finita così”,
prima di sbottonarsi i pantaloni.
ogni tanto pensa a scappare.
a prendere un treno alle sei del mattino,
vestita da nessuno, senza trucco né cartellino,
con solo una borsa e un libro che non ha mai letto.
ma poi la realtà torna come una rata non pagata.
e resta lì.
con il vento che le entra tra le ossa
e la città che le passa accanto,
senza mai guardarla negli occhi.