Mi infilo in un bar che sa di vecchio e di sconfitta,
caffè bruciato, giornali stropicciati,
due zombie al bancone che contano i centesimi
come se valessero qualcosa.
mi guardano, ma senza vedermi.
giusto un altro caduto nel fango.
e io ci sguazzo, senza nemmeno più fare finta
di avere una direzione.
nella tasca ho una ricevuta stropicciata,
forse dell’ultimo treno che non ho preso.
o forse è solo il biglietto per questa vita:
andata e basta .
ripenso a lei —
quella che mi diceva: "Tu sei meglio di tutto questo."
e ridevo.
perché sapevo che anche il meglio, qua,
si sporca. Si piega. Si gioca.
si perde.
la voce nella testa fa l’inventario:
hai dato via l’anima, sì —
ma non era nemmeno nuova.
era graffiata, usata, piena di debiti.
forse non valeva così tanto.
o forse era l’unica cosa vera che avevi ancora.
fuori, il cielo si apre.
ma non è speranza,
è solo luce che non perdona.
illumina tutto:
le bugie, le facce, i conti in sospeso.
cammino ancora, senza meta,
con la sensazione che stanotte
non sia finita davvero.
che certe notti non passano mai —
restano dentro,
a ricordarti chi sei
quando nessuno ti guarda.
e allora penso:
se c’è un dio da queste parti,
ha smesso da tempo di ascoltare.
ma forse…
forse ascolta proprio quelli
che non hanno più nulla da dire .