Nel gorgo in cui non posan muse, né siedon dèi,
langue il poeta falso, reietto da’ plebei.
Per lui non crebbe alloro, né s’udì tripudio o canto,
ma solo vuota eco d’illusione e di vanto.
E mentre l’etere vibra d’eterni suoni ardenti,
ei resta cieco a segni, a verbi, a canti splendenti.
Invano tentò d’indorare il verbo con arte,
ché lo stile si tempra in lotta, non in parte.
Tacque: il suo cuore in vetro e ghiaccio si convertì,
udendo i versi miei ch’han più forza d’un sol dì.
Né Pindaro né Dante l’avrian voluto in schiera,
ché l’onta che porta pesa più d’una chimera.
Io, figlio stesso della Quiete e del Fragore,
non posso tollerar chi si nasconde in errore.
Che viva dunque eterno l’oblio del suo peccato,
e che la storia il nome scordi, come foglio errato.
Ma chi brama d’ardere in versi, fiamma viva,
sappia che l’arte chiede sacrificio, e l’anima priva.
Avanzai il mio dire con solenne ammonizione:
solo il vero poeta si leva oltre finzione.
Parlò con voce di vento, tra pause e macerie:
«Perdonami, se puoi, d’avermi fatto miserie.»
Ma il perdono s’addice a cuore saldo e desto,
non a chi vende il verso come zolfo mesto.
Io, che usai la rima qual lama e il metro a scudo,
rammentai che poesia nasce dal silenzio crudo.
Alzai la fronte al cielo, che fosse testimone
d’una giustizia pura, vicina alla ragione.
Tuonò l’etere stesso al mio dire, e il vento tacque,
ché la verità colpisce più del ferro e dell’acque.
In quella notte d’ombre, tra presagi e piaghe oscure,
cantaron da lontano le muse, caste e pure.
Sei dame eran, ché tre fuggiron da poeta vile,
scappate da colui, cui le rime non son stile.
E mi seguiron lievi, ché l’anima mia cantava
di lotte interiori e d’onore che tutto elevava.
Ripresi il cammino tra folgori e voce antica,
dove il poeta vero trova solitudine amica.
La notte finì: l’aurora, pur tra pioggia e ferro spento,
al mio passo s’aprì, come chi s’inchina al talento.
E scrissi su pietra e vento, che mai sia cancellato:
chi mente al sacro verso da sé già è condannato.
Così termina il canto, tra fuoco, sangue e realtà:
l’arte non perdona né ammette falsità.
Chi calca i metri sacri con passo vile e tardo
trova l’inferno in sé, saldo, nel cuore bugiardo.
Io, cavalier d’inchiostro e di tempra adamantina,
cammino dove l’onore si fa legge divina.
Non temo tempo, oblio né derisione umana:
nel verso alto dimora la mia ragione sovrana.
Sappian che il vero poeta, pur nel buio, mai è morto,
e se per caso cade, domani sarà risorto.
Ché il verbo suo risuona dove il mondo si frantuma,
e dal nulla crea fuoco, e dal pianto una piuma.
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