PoeticHouse - Il Portale dei Poeti e della Poesia
Pubblicata il 12/09/2025
Nel gorgo in cui non posan muse, né siedon dèi,
langue il poeta falso, reietto da’ plebei.

Per lui non crebbe alloro, né s’udì tripudio o canto,
ma solo vuota eco d’illusione e di vanto.

E mentre l’etere vibra d’eterni suoni ardenti,
ei resta cieco a segni, a verbi, a canti splendenti.

Invano tentò d’indorare il verbo con arte,
ché lo stile si tempra in lotta, non in parte.

Tacque: il suo cuore in vetro e ghiaccio si convertì,
udendo i versi miei ch’han più forza d’un sol dì.

Né Pindaro né Dante l’avrian voluto in schiera,
ché l’onta che porta pesa più d’una chimera.

Io, figlio stesso della Quiete e del Fragore,
non posso tollerar chi si nasconde in errore.

Che viva dunque eterno l’oblio del suo peccato,
e che la storia il nome scordi, come foglio errato.

Ma chi brama d’ardere in versi, fiamma viva,
sappia che l’arte chiede sacrificio, e l’anima priva.

Avanzai il mio dire con solenne ammonizione:
solo il vero poeta si leva oltre finzione.

Parlò con voce di vento, tra pause e macerie:
«Perdonami, se puoi, d’avermi fatto miserie.»

Ma il perdono s’addice a cuore saldo e desto,
non a chi vende il verso come zolfo mesto.

Io, che usai la rima qual lama e il metro a scudo,
rammentai che poesia nasce dal silenzio crudo.

Alzai la fronte al cielo, che fosse testimone
d’una giustizia pura, vicina alla ragione.

Tuonò l’etere stesso al mio dire, e il vento tacque,
ché la verità colpisce più del ferro e dell’acque.

In quella notte d’ombre, tra presagi e piaghe oscure,
cantaron da lontano le muse, caste e pure.

Sei dame eran, ché tre fuggiron da poeta vile,
scappate da colui, cui le rime non son stile.

E mi seguiron lievi, ché l’anima mia cantava
di lotte interiori e d’onore che tutto elevava.

Ripresi il cammino tra folgori e voce antica,
dove il poeta vero trova solitudine amica.

La notte finì: l’aurora, pur tra pioggia e ferro spento,
al mio passo s’aprì, come chi s’inchina al talento.

E scrissi su pietra e vento, che mai sia cancellato:
chi mente al sacro verso da sé già è condannato.

Così termina il canto, tra fuoco, sangue e realtà:
l’arte non perdona né ammette falsità.

Chi calca i metri sacri con passo vile e tardo
trova l’inferno in sé, saldo, nel cuore bugiardo.

Io, cavalier d’inchiostro e di tempra adamantina,
cammino dove l’onore si fa legge divina.

Non temo tempo, oblio né derisione umana:
nel verso alto dimora la mia ragione sovrana.

Sappian che il vero poeta, pur nel buio, mai è morto,
e se per caso cade, domani sarà risorto.

Ché il verbo suo risuona dove il mondo si frantuma,
e dal nulla crea fuoco, e dal pianto una piuma.
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Distici armoniosi e netti.

il 12/09/2025 alle 06:15

Grazie ai tuoi insegnamenti, amico Iof! I miei rispetti!

il 12/09/2025 alle 08:59

Tra spada e penna l'armonia regna bravo Sir.Un Salutone

il 12/09/2025 alle 12:26

Tra autoanalisi,spada e penna l' armonia non manca. Di tutta la poesia, sicuramente importante ed eccellentemente strutturata, io porterò nel cuore l' ultima e toccante strofa. Di essere un ottimo poeta e scrittore lo sai già,ma io lo sottolineo. Un abbraccio,ciao Sir.

il 12/09/2025 alle 14:25

Chiaramente, ogni tanto, bisogna puntualizzare, caro grande amico Giancarlo! Un caro saluto. Grazie sempre

il 12/09/2025 alle 15:04

Sottolineo anch'io, il fatto che sei anche tu fondamentale ai e per i miei testi, amica San! Bacini cari. Grazie Assssssai!

il 12/09/2025 alle 15:07

Sentenza poetica. Solenne!

il 12/09/2025 alle 18:23

È bello rileggerti

il 12/09/2025 alle 21:19

Assolutamente sí, amico Poe! Grazie molte

il 13/09/2025 alle 06:02

Ciao Mirky, sono passato poc'anzi! Ció vale anche per me! Un caro saluto

il 13/09/2025 alle 06:04