ascolto voci sconosciute nella penombra abbandonata e delusa. Il tempo sembra fermo e non vuole fermare la folla che si affaccia, ha consumato i muri i quadri il vecchio legno. Alcuni bambini giocano sul prato tra i mobili sgualciti e i calchi delle ombre. Dalla mia stanza aprono la porta di una nuova stanza, i voli abusivi del tetto. Nell’imbrunire di sandali uniti accanto al letto, un orologio spia la notte e l’eco di un rosario dove era più semplice non credere, dove mi credevi già perduto. Il silenzio ha parole usate, una coperta di muffa, la polvere sulla polvere. Potrei vederti arrivare come ogni volta che svendo dubbi per tenerli in vita. Continuo a cercare ma qualcosa resta clandestino in una deriva solo tua. Mi rifugio dove sei sempre stata, i bambini stringono orsacchiotti macchiati di luce. L’ultima cenere fino ad ora non aveva mai pianto.