seconda stazione: arriva jung
il treno rallenta e si ferma in una stazione senza nome. Fuori, la nebbia è così densa che pare una tela bianca. Si apre la porta del vagone e sale un uomo alto, con un cappotto lungo, gli occhiali tondi e lo sguardo profondo. Ha l’aria di chi ha guardato a lungo dentro i sogni degli altri.Si siede davanti a me, in silenzio. Lo riconosco subito: è Carl Gustav Jung.«Dottor Jung,» gli dico, «sto parlando con chi delle ferite ha fatto un ponte verso l’inconscio. Le posso chiedere una cosa?»Sorride leggermente, come se sapesse già la domanda.«Cosa pensa delle ferite che ci portiamo dietro per tutta la vita? Quelle che non guariscono mai davvero?»Jung guarda fuori dal finestrino, poi torna a fissarmi.«Le ferite,» dice, «sono portali. Verso l’interno. Verso l’ombra. Ogni ferita è un’occasione per conoscere qualcosa che il nostro io conscio non vuole vedere.» “Ma fanno male.»«Sì, fanno male. Ma il dolore è il linguaggio dell’anima quando non viene ascoltata. Io stesso ho avuto ferite, alcune causate dal mio lavoro, altre dai miei amori, altre ancora da ciò che non ho mai potuto dire a mio padre. Le mie crisi sono state le mie più grandi maestre. In una di esse ho quasi perso la ragione. Ma da lì ho trovato un senso nuovo.»«E chi non riesce a dare un senso?»«Allora la ferita resta aperta. Diventa sintomo. Si manifesta nei sogni, nei rapporti, nella solitudine. Ma se hai il coraggio di ascoltarla, di entrare nel dolore invece che evitarlo, allora la ferita può trasformarsi.» “ in cosa?»
«In destino.»
«Mi perdoni,» gli dico, «ma il destino non è solo la trasformazione del dolore. A volte è una strada che si apre per caso. O che ci troviamo a prendere senza nemmeno sapere perché. Ci sono scelte che sembrano venire fuori dal nulla. O dal caos. Lei crede davvero che tutto venga dall’inconscio?»Jung mi guarda con calma, come se apprezzasse il dubbio. Si sistema gli occhiali, inclina la testa.«No,» dice. «Non tutto. Ma l’inconscio non è il contrario del caso. Anzi, spesso si servono a vicenda. Il caso, il cosiddetto “caso”, è spesso il modo in cui l’inconscio si manifesta nel mondo esterno. Io lo chiamo sincronicità.»
«Sincronicità?»
«Sì. Accadimenti significativi che non hanno una connessione causale, ma che risuonano con il nostro stato interiore. Come incontrare una persona proprio quando stai pensando a un certo problema. O salire su un treno e trovare Frida Kahlo.»Sorride, e non sai se sta scherzando o se ha capito perfettamente dove sei e con chi sei.«Quindi il destino è una trama?»«Più che una trama, è un dialogo. Tra ciò che scegliamo e ciò che ci sceglie. L’anima ci parla. Ma non sempre l’ascoltiamo. A volte le svolte del destino sono tentativi dell’inconscio di farsi sentire.» Resto in silenzio, a guardare il finestrino. Il paesaggio scorre lento. Penso a tutte le volte in cui ho fatto scelte senza capirne il motivo, e poi solo dopo, magari anni dopo, ne ho intuito il senso.
«E le scelte sbagliate?» chiedo. «Quelle che ci lasciano più ferite che insegnamenti?»
jung chiude per un attimo gli occhi. Quando li riapre, sembrano più scuri.«Anche quelle sono parte del viaggio. Alcune servono solo a farci toccare il fondo, per costringerci a cambiare direzione. Nessuno si salva senza attraversare la propria ombra.» «Dottor Jung, molti pensano che il suo lavoro abbia conquistato soprattutto donne. Mi chiedo: la maggior parte dei suoi pazienti erano donne? Lei crede che le ferite e i temi che affrontano differiscano per sesso?»Jung sorride, quasi in anticipo sulla domanda:«In effetti, ho avuto principalmente pazienti donne. (continua)
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