Personalmente mi piace molto come la poesia: 1. non abbia nessun apriorismo metrico, né tema la lunghezza del verso (penso a Nel magma di Luzi? Ma sono curioso di sapere altri modelli); 2. il tono suadente, però leggero, senza alcuna pretesa, come se lettore (o lettrice) e autrice si siano incontrati per caso per strada, e liberamente si prestino ascolto (contro invece la violenza di uno sfogo in cui TUTTO è orrendo, TUTTO è doloroso, tutto è insomma ingabbiato da un'emozione PROPRIA che, scritta la poesia, è già passata): ci si sente accolti in una riflessione tenera e accogliente, ma non irrilevante; e 3. la poesia non ha alcun limite letterario: si riveste delle pure e semplici parole quotidiane, quelle dette quando parliamo al tavolo con amici. Per quanto concerne al tema; se già devo ammettere la mia limitata conoscenza di poesia completamente contemporanea (conosco solo Gualtieri); ho due versi che mi interessano principalmente (il resto è eccellente così com’è): 1. “Dimentichi versi di getto, buttati a caso / forse detti per salvarsi”, in cui vedo una certa autoironia sana, che non vede nel proprio atto poetico qualcosa di assoluto, di ispirato e quindi già valido a priori: come in certe poesie dell’ultimo Montale, la poesia è “carta straccia”, pensierini a cui noi poeti ci aggrappiamo ma non istantaneamente dotati di valore proprio; e 2. “A volte i vuoti parlano piano, sussurrano giudizi / che non ci appartengono”: questo attacco invece, piuttosto, non mi piace molto: sa, se posso dire, di già detto. Mi sembra che stoni col resto della poesia, che mi pare spingersi per piccoli (auto)riconoscimenti e agnizioni, in cui un messaggio (che a me pare: «certe volte, questo disordinato marchingegno che siamo, non funziona, e stare ad ascoltarlo, validarlo per versi, NON È la soluzione», bellissimo) emerge chiaro, e, per me, originale. Forse non conoscendone l’autore, non posso ben legare inizio e fine poesia; o forse l’attacco è volutamente convenzionale (“c’è un non-silenzio nel silenzio”), per partire dal familiare e approdare a qualcosa di più. Comunque, poesia interessante, ben costruita, degna di attenzione. (Ps: mi scuso per eventuali incomprensioni: sono aperto a sentire la sua risposta).
Ammetto che sia un po’ ermetica. Non tutti possono capirla. Per quanto riguarda la punteggiatura non uso la virgola quando vado a capo. Uso solo il punto quando sento che una frase è conclusa. La metrica la seguo solo qualche volta, quando mi viene naturale. Il testo vuole dire che a volte basta uscire. Respirare un po’ d’aria. Lasciare andare i pensieri che ci appesantiscono. Non restare fermi su ciò che non abbiamo potuto avere. Muoversi sentire il corpo e pian piano ritrovarsi. Così ci sentiamo meglio e possiamo tornare a cercare chi abbiamo perso. Anche se non c’è più possiamo ancora parlargli in un modo nostro silenzioso ma vero. Buona settimana e grazie per avermi dato la possibilità, di essere più chiara
A me piace. Io per esempio , amo anche scrivendo sentirmi libero di fare ciò che sento. Troppi tecnicismi non fanno pe rme. Bravo chi insegue la perfezione e ci riesce. Io non inseguo più nulla e nessuno.
Mi e'proprio piaciuta la tua composizione,l'importanza semplice di muovere il corpo in giornata,e la chiusura forse di una giornata puramente contemplativa,ma non statica,sai quante,tornando a trovare coloro che hai perduto(ho capito bene?),provando un sentimento genuino al solo vederli...Bella,ma ingenua per la mente di Ninetta che capta dal fiume rabbioso della poesia che viene dal cielo degli Eterni e precipita negli inferi dell'inconscio,riferimenti a noi passeggiatori abituali non sempre famigliari.