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Pubblicata il 23/06/2025
L’Olio di Maria.

È da stamane che dal cielo scendono fiocchi di neve grandi come farfalle, le montagne e gli alberi, magicamente, si rivestono di un manto impalpabile che assume la forma delle cose. Il paesaggio riflette il candore della mia vita, ma anche il mio dolore, quello che da un po’ di tempo è chiuso nel mio cuore. Con la neve è arrivato anche il gelo a Torune, le strade sono scivolose e fredde e il vento soffia con il suo lugubre verso, che mi fa impallidire di paura.
quanti inverni duri come coltelli affilati, e quante estati senza fine in questo piccolo paese!
avevo capito che a casa era accaduto qualcosa perché il dottor Spadedda veniva spesso a visitare mia madre.Io avevo appena dodici anni, mi sentivo comunque grande anche se il mio corpo era ancora acerbo, nonostante le lunghe gambe. Mi chiamavano riccioli d’oro. I miei occhi verdi così espressivi e vivaci erano l’invidia delle mie compagne di scuola, che invece avevano occhi neri e capelli corvini.
il mio paese svettava a circa 800 metri sul livello del mare, l’inverno era molto rigido, tanto che mio padre, che faceva il pastore, era costretto a migrare con il suo gregge, in località più calde verso la costa. Era sua abitudine rientrare a casa una volta al mese per fare il carico di viveri e spesso non passava neppure una notte con noi, perché non poteva abbandonare le greggi ed il servo pastore. Le pecore avevano bisogno di molte attenzioni, e occorreva essere almeno in due per accudirle.
ricordo che quando venne a trovarci si era attardato in cucina con mia madre e parlava a voce molto bassa per cui non riuscivo a capire l’argomento della loro conversazione, capii comunque che qualcosa non andava, perché il viso di mio padre si rattristò ed al momento della partenza e mentre abbracciava mia madre, aveva gli occhi pieni di lacrime. Ero diventata sospettosa, cercavo di capire... perciò ogni volta che qualcuno veniva a trovarci ero sempre vigile, attenta, per captare anche il più piccolo segnale.
mia madre intanto era ogni giorno più pallida, senza forze, non s’alzava dal letto, non era più la donna forte e dinamica che conoscevo.
un giorno successe un fatto nuovo, mia zia Letizia, sorella di mia madre, che veniva tutti i giorni a casa per darci una mano, si era attardata nel cortile a parlare con zia Rosaria, una vicina di casa.
io ero nascosta da un cumulo di tronchi di legno e non sapendo della mia presenza, Rosaria chiese a zia Letizia: ”come si sente oggi tua sorella? Sembrava una roccia, quel male quando arriva non perdona...”
zia Letizia quasi piangendo rispose: ”Il medico ha detto che non c’è più niente da fare, i giorni non saranno tanti.”
a quelle parole il cuore iniziò a battermi all’impazzata, non volevo crederci, adesso capivo i cenni, le parole lasciate a metà, perché? Perché proprio a mia madre?“
dal giorno non mi allontanai più da casa, non mi recai più neppure a scuola, stavo nella camera di mia madre a cogliere ogni respiro e ogni lamento.
intanto la malattia progrediva, mia madre non deglutiva più neppure l’acqua ed il cibo rimaneva ormai intatto sul vassoio. Sognavo e speravo che guarisse, che tornasse ad essere allegra e gioiosa come lo era un tempo. Spesso mi sorprendevo a guardarla di nascosto, e ripensavo alle sere di maggio quando recidevamo le rose del giardino ed il profumo inondava le stanze e a tutte le volte che dormivo con lei,nel lettone, arrotolata come una chiocciola di mare. La rivedevo mentre con dolcezza mi abbracciava e mi stringeva forte al petto.
le notti divennero lunghe e senza stelle. Nascosta in un angolo della stanza ascoltavo i mille rumori della sera, i passi veloci sulla strada sterrata di fronte a casa, qualche mormorio di ubriachi, poi i lunghi silenzi, infiniti. Spesso guardavo fuori dalla finestra perché mi pareva di veder camminare delle ombre, mentre gli alberi erano immobili, come se potessero nascondere qualcosa d’impenetrabile, come in un tunnel senza uscita. Allora aggrappandomi alla sedia della mia camera incominciavo a piangere, abbracciando me stessa.”Mamma, non morire!” singhiozzavo. Stanca mi trascinavo nel letto, sola, come un naufrago nel mare.
una notte feci un brutto sogno. Mi trovavo immersa in un fiume fino alla cintola, senza potermi muovere, mentre sull’acqua rosseggiante galleggiavano alberi secchi e carogne di animali. All’improvviso apparve mia madre che mi sollevò sulle braccia per portarmi a riva distendendomi sopra un letto di foglie dorate. Dopo quel sogno mi svegliai carica di speranza.
passavano i giorni ed io dalla mattina alla sera, senza posa, guardavo ed osservavo se appariva anche il più piccolo, minuscolo, segno di ripresa. Venni a sapere che ai malati, in punto di morte, veniva somministrato l’Olio Santo e che nessuno poteva sostare ai piedi del letto dove si trovava il moribondo, perché gli effluvi malefici avrebbero colpito anche il malcapitato. La speranza era resa più forte dal fatto che a mia madre non era stato somministrato proprio l’olio santo,quello dell’estrema unzione,per cui mi confortava il pensiero che non fossimo arrivati ai giorni temuti.
poiché’ il prete veniva spesso a trovarci io, per verificare se l’olio era stato somministrato, mi accucciavo in quel cantuccio ai piedi del letto e aspettavo che qualcuno mi cacciasse. Un giorno che fui costretta ad assentarmi per andare in farmacia, al mio rientro chiesi a mia madre:”Mamma come stai?” Lei allora mi accarezzò con quelle mani pallide e magre, ma non rispose.
dovevo comunque verificare se in mia assenza era successo quello che tanto temevo. Mi avvicinai ai piedi del letto ma fui immediatamente cacciata da un urlo angosciante. Era mia zia che, afferrando il mio braccio, mi spinse lontano da quella posizione dicendomi: ”Maria non lì! Oggi non è corretto che tu stia ai piedi del letto.” Questa frase mi colpì e capii subito.Era come se il mio corpo fosse stato attraversato da una scarica elettrica, i muscoli entrarono in fibrillazione, il cuore prese a pulsare sulle tempie, un caldo partito dai piedi invase ogni cellula fino a stordirmi. Come una spiritata mi buttai per terra e battei i pugni, ripetendo a squarciagola: ”Toglietele l’olio, dovete toglierlo,lei non deve morire!”
l’urlo che usciva dalle mie labbra era tanto forte che venne udito anche dai vicini. Mia zia tentava di calmarmi, mia madre debole com’era con la voce flebile mi diceva: “Stai tranquilla, figlia mia, non morirò!”
io non credevo a queste parole, e continuavo a urlare: ”toglieteglielo! toglieteglielo!”
ripetevo che se non glielo avessero tolto avrei combinato qualche fesseria. Le vicine a quelle urla accorsero subito, ed una di loro suggerì di chiamare il prete per togliere quel benedetto olio, mentre io imperterrita correvo nella stanza con le mani sui capelli in procinto di strapparli. Mi sentivo e sembravo veramente in preda alla follia.
arrivò trafelato don Moritto che, mortificato e sbalordito per la scena che si presentava ai suoi occhi, con un segno della croce e alcune preghiere passò un batuffolo di cotone sulla fronte di mia madre e concluse l’asportazione dell’olio sacro. Volgendosi poi verso di me m’impose le mani sul capo ed io lentamente ripresi la mia lucidità.
tolto l’olio mia madre non sarebbe più morta!.
il mio cuore riprese il suo normale ritmo e fui invasa da una calma celestiale, dentro il mio cuore sentii che mia madre avrebbe continuato a vivere. Non so e neppure nel tempo lo capii se fu quel fatto a scuotere mia madre che riprese ad alzarsi dal letto, riprese ad alimentarsi e con il tempo rincominciò a prepararmi la colazione. Più i giorni passavano più lei si rinvigoriva come le piante in crescita che, in carenza d’acqua hanno i germogli ricurvi e molli e dopo l’idratazione offrono le foglie, ormai tese, al sole.
cosi fece mia madre, ridivenne la donna di un tempo tutta nervi e gioia.Si trattò di un errore diagnostico, la sua era una semplice depressione. Allora, non esistevano tecniche all’avanguardia per fare diagnosi e per escludere una eventuale incurabile malattia.
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Bellissimo racconto, un vero thriller che si segue col fiato sospeso fino al gioioso finale! Bravissima, sempre! Un abbraccio

il 23/06/2025 alle 08:33

Mi soffermo sul " ridivenne la donna di un tempo". Un trauma vissuto negli affetti in un racconto intriso di ingenuità e nel contempo di coscienza matura. Il lieto fine fa sempre sospirare dopo la trepidante attenzione. Sei regina dei racconti.

il 23/06/2025 alle 15:33

È una vicenda che si svolge ai primi del Novecento, in Sardegna, in un contesto dove la malattia , in questo caso una forma di depressione profonda, veniva spesso fraintesa, scambiata per qualcosa di incurabile, come un tumore. Intorno alla malata c'erano superstizioni, silenzi, distanze (anche fisiche, come quella del marito-pastore lontano per settimane) e un senso di impotenza molto forte. Il momento che più mi ha colpita è stato quello della svolta: quando la figlia, disperata, urla che non vuole che la madre muoia. È in quel momento che qualcosa si rompe , o forse si ricompone, e la donna, scossa da quell’urlo d’amore, ricomincia lentamente a vivere. Forse è anche per questo che, Ax, l'hai definito un "thriller con il fiato sospeso": perché c'era davvero un’attesa, un filo sottile tra la vita e la morte, e alla fine è l’amore a riportare la luce in un momento di buio.Abbracci Ax.

il 23/06/2025 alle 16:25

Questa storia non mi riguarda personalmente, mi è stata raccontata da una mia paziente. Una storia vera che riguardava una sua parente. È una vicenda che mi ha profondamente colpita, non solo per il dolore che trasmette, ma anche per il contesto storico e umano in cui si svolge.Ho sentito il bisogno di raccontarla perché racchiude tanti aspetti che fanno parte della nostra memoria collettiva: la solitudine, l’incomprensione della malattia (in un tempo in cui la medicina non aveva ancora gli strumenti di oggi), le superstizioni che nascevano dalla paura, ma anche la durezza della vita pastorale sarda, fatta di lontananza e silenzi. Mi ha affascinata la forza silenziosa di questa donna, la sua sofferenza non compresa, e il contesto familiare in cui tutto si svolgeva. Credo che certe storie meritino di essere raccontate, proprio perché parlano di una parte profonda del nostro passato, e forse ci aiutano anche a capire meglio il presente. Ancora grazie Poe…sia,per averla apprezzata.

il 23/06/2025 alle 16:32

Un errore imperdonabile! Molto ben scritta! Brava Nin

il 23/06/2025 alle 21:01

Grazie Sir, su questa storia, che se volessimo, ci sarebbe da dire tanto...sulla condizione delle donne, sulla solitudine...sull'isolamento e anche sulla povertà.Grazie Sir, un abbraccio.

il 23/06/2025 alle 21:10

E' proprio il caso di dire: omnia vincit amor , in questo caso è amore filiale , di una ragazzina che al di la di tutto lotta contro l'intero ambiente e riesce a compiere il miracolo di fare ''guarire la madre, ultima vittima dell'ambiente e della solitudine nella quale viveva'' . E' un racconto struggente , quasi fantascienza per i nostri tempi nei quali chissà quante persone si sarebbero potute salvare . Però è anche vero che storie simili ne avvengono ancora , nonostante i progressi della medicina , delle società e degli ambienti...Sarebbe un discorso lungo però .Ti dico solo che il tuo racconto è ben scritto , e scorrevole e in certi tratti con una mente . Baci Eos

il 24/06/2025 alle 14:42

La patologia era una depressione mascherata, soprattutto nelle sue forme meno evidenti.Un male che può affondare le radici in contesti di vita difficili, solitari e carichi di responsabilità non condivise, come accadeva (e accade ancora) in certi ambienti rurali e pastorali. Il caso delle donne lasciate sole a reggere il peso della famiglia e della casa, senza supporto emotivo né sociale, è emblematico. In queste situazioni, la sofferenza psicologica si esprime attraverso il corpo, la stanchezza, il disinteresse per la vita, e spesso non viene riconosciuta come depressione. È un richiamo alla necessità di leggere il disagio psichico nel suo contesto, tenendo conto delle condizioni di vita, delle relazioni e dei ruoli imposti, soprattutto alle donne. Grazie eos.baci.

il 24/06/2025 alle 21:58