Addestrando l’ignoto,
l’inferno va in vacanza
tra bastoni d’ovatta che si celano nell’aria.
ridacchiano le siepi osservando il cielo:
“Durante la notte?”
non si vede il guado.
solo voci.
un esercizio di stile si reincarna all’orizzonte,
ma è un’eco —
riflesso dell’occhio che guarda l’occhio
in un sogno di vetro opaco.
altrove c’è sostanza.
altrove,
dove i corridoi si piegano su sé stessi
e le stanze si ricordano a memoria,
qualcuno accende una lampada che non fa luce.
osservo. Osservo.
che non mi legge nessuno tra le righe
perché non ci sono.
o forse sì.
forse è l’aurora che si dipana oltre i confini
mentre piove acqua
quando il sole si apre come una bocca
e inghiotte ogni domanda.
un orologio gocciola dal soffitto.
una bambola canta con voce d’uomo.
l’ascensore sale ma l’atrio scompare.
sento la mia ombra parlare al contrario
sotto un cielo che gira in senso orario.
e tu,
che stai leggendo nel sogno di qualcun altro,
non voltarti.
dietro di te
c’è la prossima frase
che non è stata ancora scritta.