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Pubblicata il 22/05/2025

il giornale al contrario

quel pomeriggio ricevetti una chiamata urgente. Era la figlia del signor Francesco, un mio paziente anziano, affetto da un’Alzheimer ormai avanzato. Un uomo che, prima della malattia, doveva essere stato fiero, lucido, forse anche severo, ma che ora viveva immerso in un presente confuso, dove i ricordi si affacciavano e svanivano come onde leggere. Sua figlia, che lo accudiva con amore e pazienza, mi parlò con voce preoccupata: aveva notato una tumefazione al piede, un’ulcera. "Dottoressa, non riesce quasi più a camminare", mi disse con un filo di voce, stanca, come chi porta ogni giorno un peso che non si può mettere giù nemmeno per un istante. Mi recai subito da loro, nel primo pomeriggio. Francesco fu il primo paziente della giornata. Appena entrai, lo trovai seduto su una grossa poltrona, con un giornale tra le mani. Sembrava completamente assorbito nella lettura. Mormorava frasi sottovoce, come se stesse leggendo a voce alta e poi, ogni tanto, aggiungeva considerazioni personali, come se stesse discutendo con qualcuno. Un’immagine quasi tenera, se non fosse stato per un piccolo, doloroso dettaglio: il giornale era capovolto. Mi fermai un istante. Quel giornale sottosopra era un simbolo di tutto ciò che la malattia gli aveva sottratto. Eppure, in quella finzione, c'era qualcosa di vivo. Forse il bisogno di aggrapparsi a un’apparenza di normalità, a un tempo che non c’è più. Mi avvicinai per salutarlo, e quando lui mi vide, il suo volto si illuminò. Si alzò con uno sforzo visibile e, con un’espressione colma di affetto, mi venne incontro per abbracciarmi.
"Lucia! Amore mio, sei tornata !”
mi strinse forte. Rimasi sorpresa, ma ricambiai quell’abbraccio. Non per fingere, ma per rispetto. Perché in quel momento, io ero davvero qualcuno per lui.
la figlia, che ci osservava con un sorriso mesto, sussurrò:
"Mi scusi dottoressa … penso che la stia scambiando per mia madre. Per lui… lei è Lucia."
poi abbassò gli occhi. "Non so se è più triste o più bello." disse. La guardai, e nei suoi occhi lessi qualcosa di profondo. Un dolore quotidiano, che non faceva rumore. Non era solo la fatica fisica, ma il continuo addio a una persona che amava, e che ogni giorno era un po' più lontana.
"Ogni volta che lui la chiama, io sento la voce di mio padre di un tempo. È l’unico momento in cui gli brillano ancora gli occhi … Non riesco a togliergli questa illusione, anche se mi fa male." Francesco intanto non smetteva di guardarmi, come se temesse che potessi sparire da un momento all’altro. Poi la sua voce tremò:"Non dirmi che te ne devi andare di nuovo … Mi vuoi lasciare ancora? Cosa faccio io, in questo mondo?" Quelle parole mi strinsero il cuore. Non erano solo parole di un malato. Era un grido d’amore, di solitudine. Era il dolore di chi si sente abbandonato, smarrito in un labirinto di tempo perduto.
mi sedetti accanto a lui, lo presi per mano e gli dissi dolcemente:"No, non vado via. Sono qui con te, adesso. Rimango ancora un po’."
sentii la sua mano tremare nella mia, ma il suo respiro si fece più calmo. La figlia, in piedi, ci guardava in silenzio, con gli occhi lucidi. Poi, con delicatezza, cercai di riportarlo al presente. Gli dissi che dovevamo controllare quel fastidio al piede. Lo visitai con calma, cercando di non rompere quel fragile equilibrio. Dopo aver concluso, mi rivolsi alla figlia e, a bassa voce, le dissi:"Cerchi di tenerlo sereno, mentre io esco. Non lo facciamo soffrire con un altro addio."
lei annuì, e prima che me ne andassi, aggiunse:
"Grazie per avergli fatto credere, anche solo per poco, che l’amore della sua vita era ancora qui. Per lui … è stato un miracolo. E per me … un momento di respiro." Quando uscii da quella casa, mi sentii più vuota. Un senso di smarrimento mi accompagnava. Ripensai a Francesco, alla sua voce, ai suoi occhi. Mi dissi che la malattia più crudele non è quella che uccide il corpo, ma quella che lentamente dissolve l’identità, che svuota le persone lasciando solo i gusci. Eppure, in quel guscio, a volte, resta ancora l’amore. Resta la memoria del cuore, quella che nemmeno l’Alzheimer può cancellare del tutto. E allora capii: forse non possiamo guarirli, ma possiamo esserci. Anche solo per un pomeriggio, anche solo per un abbraccio.
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Quanta delicatezza e dedizione anche in questo racconto che svela un aneddoto molto toccante della tua vita da medico. Mi ha fatto ricordare "Memorie di un Giovane Medico" di Bulgakov, anche se solo marginalmente si possono trovare tratti simili, ma è lo spirito che muove entrambi, che coinvolge e devo dire che i tuoi racconti sono superlativi! Un abbraccio!

il 22/05/2025 alle 09:09

Ti ringrazio davvero tanto per aver condiviso con me il tuo pensiero. Sono felice che il mio racconto ti abbia toccato così profondamente. In effetti, la mia professione mi porta ogni giorno ad essere a contatto con la sofferenza e a cercare di dare non solo supporto, ma anche quella presenza che può fare la differenza, anche senza parole. La sensibilità verso il dolore degli altri è una parte fondamentale di ciò che faccio, e so che a volte basta davvero poco per trasmettere un po' di conforto. Il riferimento a Bulgakov mi commuove molto(esagerato!)Grazie Axel sei sempre gentile, un forte abbraccio, anzi due!

il 22/05/2025 alle 09:38

Predisposizione alla sensibilità e all'altruismo, si evidenzia in codesto racconto, con naturalezza e devozione! I miei rispetti!

il 22/05/2025 alle 10:57

Ti ringrazio di cuore per le tue parole. Mi fa davvero piacere sapere che la sensibilità e l’altruismo siano emersi con naturalezza nel racconto, perché sono aspetti che sento profondamente.Abbracci Sir.

il 22/05/2025 alle 16:06

salve ninetta, è un bel racconto, il tema mi tocca un po da vicino, anche se si parla di demenza, ho lavorato come operatore sociosanitario e so cosa significa lavorare con gli anziani, guardarli negli occhi e vedere la loro richiesta di aiuto.

il 22/05/2025 alle 21:23

Grazie Bytano72,è bello ciò che dici...ti ringrazio per il bel commento.

il 22/05/2025 alle 22:36

Francesco, affetto da quella malattia terribile che è l’Alzaimer ha avuto ‘’la fortuna‘’ di incontrare un medico sensibile come te che non lo ha trattato da malattia ma da essere umano ,provando compassione e affetto per la persona . Il tuo è un lavoro difficile e non da tutti , certo non voglio dire che tutti i medici dovrebbero essere sensibili come te ma almeno provare un minimo di compassione per chi è persona e non malattia . Mi è piaciuto molto , leggo con tanto interesse i tuoi racconti . Baci Eos

il 23/05/2025 alle 15:35

Grazie eos per il tuo bel commento.Per me non è mai solo una professione(ormai non esercito più) ma un incontro profondo con persone che, anche nella fragilità, hanno ancora tanto da insegnare. Credo fermamente che ogni individuo sia molto più della sua malattia, ed è lì, nella relazione autentica, che si fa davvero la differenza. È un dono poterci essere, con empatia e rispetto.I miei pazienti li ho tutti nel cuore, e penso che anche loro mi abbiano riservato un angolino al sole.Un forte abbraccio!

il 23/05/2025 alle 19:04