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Pubblicata il 16/05/2025
Da sogni premonitori.
La Porticina Bianca
muovevo ancora i primi passi nella mia carriera di medico condotto, in un piccolo paese dove i volti si somigliano e le storie si intrecciano come rami di un vecchio ulivo. Lavoravo tanto, senza sosta, con la dedizione e la fatica che solo chi ha scelto di prendersi cura degli altri conosce davvero. Quella settimana, in particolare, era stata pesante: visite domiciliari, ambulatorio, telefonate a ogni ora. Arrivò finalmente il sabato sera. Mi concessi un po’ di pace, di silenzio. Cenai tardi, mi rilassai, e andai a dormire con la dolce consapevolezza che la domenica sarebbe stata il mio giorno di riposo. Nessuna sveglia, nessun camice, nessuna corsa. Ma quella notte qualcosa accadde. Non fu un sogno qualsiasi. Non fu nemmeno un incubo nel senso comune del termine. Era qualcosa di più: vivido, inquietante, viscerale. Mi trovavo in macchina, attraversavo di corsa un rione della città, senza sapere esattamente perché. Forse stavo scappando, forse correvo verso qualcosa. Ma a un certo punto, una pattuglia della polizia mi fermò bruscamente. Gli agenti mi fecero cenno di restare in macchina, di non proseguire oltre. Non capivo il motivo, ma obbedii. Dal finestrino scorgevo tutto con chiarezza: davanti a una casa modesta, con una piccola dependance chiusa da una porticina bianca, si era radunata la polizia. Da sotto quella porta, usciva dell'acqua, tanta, che si spargeva sulla strada formando una pozza ampia. E poi, accanto alla porta, vidi un ragazzo: aveva la faccia coperta di sangue. Il mio istinto di medico si accese immediatamente. Dovevo intervenire, aiutarlo, fermare l’emorragia. Ma non avevo con me né la borsa né alcuna attrezzatura. Chiesi ad alta voce se qualcuno avesse una camicia, un telo, qualcosa. Mi venne dato un camice. Ne strappai dei pezzi per tamponare la ferita: era all’altezza dell’occhio destro, profonda, copiosa. Ero tesa, immersa nell'urgenza del momento. Poi, tutto si spense. Mi svegliai di colpo. Il cuore batteva ancora forte. Mi sentivo agitata, scossa. Cercai di scrollarmi di dosso l’angoscia, convincendomi che fosse solo un brutto sogno, uno sfogo della stanchezza accumulata. Verso l’alba mi riaddormentai e, al risveglio, il ricordo di quell’incubo sembrava già svanito tra i rumori della moka e la luce del giorno. Ma non era finita lì.
dopo colazione, erano passate da poco le dieci, quando il telefono squillò. Risposi con la calma di chi non si aspetta nulla di urgente, ma la voce dall’altra parte della cornetta spezzò subito quella quiete. Era un collega, un medico legale con cui avevo collaborato in alcune occasioni. Parlava in fretta, con un tono che cercava di sembrare neutro ma non lo era.«Puoi farmi un favore? Raggiungimi subito in via Piemonte. C’è un’urgenza. Riguarda una tua paziente.»Quel “riguarda una tua paziente” mi fece gelare il sangue. Non c’era bisogno di altre spiegazioni: capii che si trattava di qualcosa di grave, forse irreparabile. Mi vestii di corsa , presi la borsa e uscii. Arrivai, sul posto, in pochi minuti. Quando svoltai in via Piemonte, mi ritrovai davanti una scena che mi tolse il fiato. Le auto della polizia erano già lì, come nel sogno. Luci spente, ma il silenzio era denso, pesante. Mi fermai esattamente davanti a una casa che avevo visitato in passato, anche se non ricordavo i dettagli Il collega mi venne incontro. «Mi dispiace, è accaduto un fatto tragico. Non possiamo rimuovere il corpo finché non chiarifichiamo alcuni aspetti…» Salimmo le scale insieme. Le parole mi si fermarono in gola quando varcammo la soglia dell’appartamento. Mi invitarono a entrare nel bagno. E lì… tutto tornò a galla. La porticina era bianca. La stessa del sogno. Il bagno piccolo, modesto, illuminato da una luce fredda. La vasca era piena d’acqua. Il corpo della donna — una mia paziente, una signora che conoscevo bene— era riverso con il viso immerso nell’acqua, il busto piegato dentro la vasca, le gambe fuori. A terra, una bacinella con della biancheria bagnata. L’acqua, la porticina, la morte silenziosa. Aveva una ferita evidente sulla tempia, probabilmente causata da una caduta. Era sola in casa. Nessuno aveva sentito nulla. La stavano cercando da ore, finché un parente non aveva dato l’allarme. Il mio compito fu quello di spiegare il suo quadro clinico, confermare che non c’erano patologie pregresse, che si trattava di un evento improvviso. Sicuramente, anzi era certo, la poveretta mentre lavava i panni era scivolata battendo la testa sulla vasca , cadendo poi con il peso del tronco in acqua .Dopo la mia dichiarazione, poterono procedere alla rimozione del corpo. La adagiammo sul letto, con rispetto. E a quel punto vennero date istruzioni ai parenti per l’organizzazione dei funerali.Non dissi nulla del sogno. A nessuno. Ma dentro di me qualcosa era cambiato. Non era possibile ignorare le somiglianze, i dettagli, quella sensazione così chiara e viscerale che avevo provato solo poche ore prima. Mi chiesi — e ancora oggi mi chiedo — se esiste un legame tra certi sogni e la realtà. Se l’anima, a volte, riesce a vedere più in là, a captare l’invisibile. O se quel sogno non fosse un avvertimento, un modo misterioso per prepararmi a qualcosa che doveva accadere. Non ho mai avuto una risposta. Ma da quel giorno, ogni volta che sogno qualcosa di troppo vivido, mi fermo. Ascolto. Perché forse, da qualche parte, qualcosa o qualcuno sta cercando di parlarmi.
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Un racconto scritto con cura e passione, che ti trasporta e ti fa riflettere su certi aspetti ed eventi della vita, concludendosi in una chiusa che evidenzia il significato coincidenziale di tutto! Applausi a Ninetta! Bacissimi!

il 16/05/2025 alle 08:04

Bacissimi Sir, grazie per il commento!

il 16/05/2025 alle 11:14

Sempre pregnanti i tuoi racconti autobiografici, forse Jung ha delle risposte, partire da Jung o dalle teorie della Superanima. Brava come sempre! Un abbraccio.

il 16/05/2025 alle 11:38

Il tuo sogno, descritto con tanta precisione ed emozione, mi risveglia ricordi simili e simili tragici eventi. È una sensazione indescrivibile quella che resta addosso dopo aver vissuto simili eventi,forse saranno coincidenze...O forse chissà??

il 16/05/2025 alle 11:56

Penso che di sogni particolari, anticipatori capita a volte di farne però spesso se ne riconosce il valore solo dopo. E’ un argomento affascinante quello dei sogni premonitori ma a tutt’oggi la scienza non è in grado di dare spiegazioni certe del perché; la tua spiegazione o tentativo di spiegazione mi sembrano accettabile: come se ‘’ da qualche parte, qualcosa o qualcuno sta cercando di parlarmi. ‘’E poiché sei molto sensibile riesci a sentirne la voce . Baci Eos

il 16/05/2025 alle 13:53

Hai ragione Axel, Jung potrebbe essere un buon punto di partenza. La sua teoria dell'inconscio collettivo e degli archetipi spiega come alcuni sogni possano attingere a una realtà più profonda, comune a tutta l'umanità. Anche il concetto di super-anima, inteso come coscienza universale, potrebbe dare un'interpretazione spirituale al sogno. Io ho vissuto questo sogno in modo molto intenso e il racconto che ne ho tratto cerca proprio di esplorare quel confine tra personale e universale. Potrebbe essere interessante approfondire entrambe le vie.Grazie per il tuo interessante commento.Abbracci.

il 16/05/2025 alle 14:20

Marisol61, ho difficoltà a capire...Però ogni tanto mi succede e come dice eos lo capiamo solo dopo che si è verificato il fatto.Grazie per il commento.Abbracci.

il 16/05/2025 alle 14:58

Ho seguito il consiglio di Axel e ho dedotto questo: 1. Inconscio collettivo e sincronicità Jung parlava di sincronicità come un evento interiore (il mio sogno) che si collega in modo significativo a un evento esteriore (la morte della donna), senza un legame causale, ma con un senso profondo. Secondo lui, questi eventi non sono "magici", ma mostrano che la psiche è connessa a un ordine più ampio, che non vediamo, ma che ci influenza. 2. Simboli del sogno: La porta bianca: in molti sogni simbolici rappresenta la soglia tra vita e morte, o tra il conscio e l’inconscio. Bianca = passaggio, purezza, spiritualità. L’acqua che esce: è spesso un simbolo dell’emotività profonda o dell’inconscio stesso. Qui diventa anche una minaccia (annegamento), una forza che travolge. Il ragazzo sanguinante: potrebbe rappresentare l’anima ferita, una parte della vita che ha subito uno shock. In realtà era la donna, ma il sogno spesso trasforma i volti. Io che tampono: è il mio istinto di aiutare, ma anche un atto simbolico di empatia profonda verso un dolore che non è mio, e che però sento come tale. Chissà se poi qualcuna o qualcuno mi vuole mandare messaggi... Chissà!Ciao eos, abbracci.

il 16/05/2025 alle 15:14

Complimenti e grazie per aver seguito la mia traccia, Ninetta, credo che ne hai ampiamente attinto in in0ottima e plausibile spiegazione.

il 16/05/2025 alle 15:22

Grazie Axel!

il 16/05/2025 alle 16:46