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Pubblicata il 14/04/2025
Non ricordavo nulla, finché non lo vidi.
Era lì, nel fondo del cassetto polveroso di una scrivania che avevo appena acquistato all'asta.
Un taccuino rilegato in pelle nera, il bordo consumato, l’odore stantio del tempo, ma non più di tanto.
L’ho aperto, e un’ondata di gelo mi ha attraversato il petto; scrittura nervosa, decisa; i nomi, i simboli, le cifre: i ricordi sono tornati.
Ero morto; mi avevano ucciso.
Una setta, un gruppo occulto vestito da benefattori, che manipolava i deboli, succhiando loro denaro fino all’osso, e poi spariva nell’ombra.
Ed io ero stato un ostacolo, forse un testimone, un nemico.
Ma ora sono tornato ed ho gli appunti.
Non c’era più dubbio: sarei diventato uno di loro.
Sarei diventato il loro contabile, il custode dei loro conti, dei loro segreti, e da dentro, li avrei distrutti.
Divenni rapidamente indispensabile; gestivo il denaro, nascondevo i crimini, falsificavo i bilanci e mi guadagnai la loro fiducia.
Segretamente, trasferivo fondi, li svuotavo, un centesimo alla volta, verso conti dormienti, verso i familiari delle vittime.
Non sapevano che i loro stessi killer li stavano per tradire. Non sapevano che io stavo preparando la loro rovina.
Non avevo rimorsi; avevo imparato dalla voce della mia coscienza, mia guida invisibile, che mi ha tenuto sveglio nelle notti più oscure.
Questa volta, avrei fatto giustizia; e poi... l’amore. Quello vero. Quello che mi era sempre sfuggito.
Forse non ero solo rinato, ero rinato per uno scopo: nella setta non ci si entra, ci si dissolve dentro.
La prima riunione a cui fui invitato, si svolse in un attico insonorizzato, con vista sulla città che avevo imparato a odiare.
Indossavano maschere: animali, teschi, facce neutre; il mio volto era l’unico nudo.
Lo presero come un segno di lealtà; in realtà, ero solo pronto a farmi riconoscere.
Mi presentarono come “il nuovo revisore interno”; nessuno chiese da dove venissi, chi mi avesse raccomandato.
La setta amava le domande retoriche, i silenzi che puzzavano di complicità.
Parlavano in codice, ma i numeri erano chiari: conti offshore, bonifici criptati, crimini mimetizzati tra righe di bilancio.
E io, finalmente, nel mio elemento; la voce sussurrata nella coscienza emergeva solo quando la mia rabbia minacciava di esplodere.
“Calcolo prima, vendetta dopo.” Il primo bilancio che mi affidarono era un capolavoro di menzogne.
Ho iniziato a toccarlo appena, quasi in punta di dita; una nota cambiata, una cifra spostata; nessuno se ne accorse.
Loro cercavano il miracolo: volevano guadagnare, non capire, e io glielo stavo servendo con interessi.
Fu in quel periodo che la incontrai, lei si faceva chiamare Iside.
Faceva parte della cerchia intermedia; organizzava eventi di beneficenza, o meglio, li inscenava.
Occhi che vedevano troppo, mani mai sporche, ma sempre presenti.
Mi osservava, non con sospetto, ma con curiosità.
Una sera, dopo l’ennesima cena di finta beneficenza, mi si avvicinò: “Tu non sei come loro.”
Aveva ragione, ma lo disse senza paura, o forse con un’intelligenza diversa.
“Neanche tu,” risposi.
Sorrideva con la tristezza di chi ha scelto da tempo il lato sbagliato, ma nei suoi occhi, qualcosa tremava.
Forse stava già scegliendo me, forse avrebbe potuto salvarsi, oppure, era il mio specchio.
E intanto, il conto dormiente cresceva, il sistema era pronto a crollare.
Ogni bonifico nascosto, ogni spostamento minuscolo era stato una goccia, e ora l’oceano era pieno, i conti, vuoti, le maschere, incrinate.
Nessuno se ne era accorto , nessuno tranne Iside; lei aveva smesso di fingere e cominciato a fare domande vere.
“Stai facendo qualcosa lo so.”
Aveva detto questo, fissandomi in un corridoio di vetro, mentre la città si rifletteva sui nostri volti.
Non avevo risposto, ma non serviva; le diedi accesso a un file, solo un nome: verità_finale.xlsx.
Lei lo aprì, lesse e non disse nulla, solo, la sera dopo, scomparve.
Per giorni, nessuna traccia, né di lei, né della setta; poi, una notifica sul mio telefono.
"Hanno capito. Scappa."
Le luci si spensero nel mio appartamento; passi dietro la porta, silenzio, e poi buio.
Mi risvegliai in un’ambulanza, mani legate, voce secca.
Un agente mi fissava, non con odio, con rispetto.
“Abbiamo trovato i file; abbiamo scovato i fondi, e abbiamo individuato lei.”
Iside aveva scelto. aveva testimoniato, aveva continuato il mio lavoro.
I colpevoli erano stati arrestati tutti; io, condannato, sì, ma non dimenticato.
Ora scrivo da una cella bianca, silenziosa; il mio taccuino è ancora con me, la voce non parla più, forse perché il suo compito è finito.
Forse perché sono io, ora, la mia stessa voce.
Giustizia non è vendetta, è verità portata alla luce, riga dopo riga.
E io, il contabile reincarnato, ho chiuso il bilancio della mia seconda vita con il più raro dei risultati: pareggio.
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Complimenti Sir, sei bravissimo! un racconto scritto benissimo che trascina ..un abbraccio

il 14/04/2025 alle 23:49

Grazie, Ninuzza Bedda! Complimenti a te, che sai vivere in un sito fatto apposta per scambiare opinioni!

il 15/04/2025 alle 00:11

Bravo Sir Morris Un grande saluto

il 15/04/2025 alle 08:53

Bravo Sir le quinte colonne sono sempre al lavoro silenziosamente ,ottimo e piaciuto scritto.Un Salutone

il 15/04/2025 alle 09:47

Il senso di pareggiare i conti con coloro che sono colpevoli di truffe e di soprusi sociali ha caricato la tua penna in un modo egregio sia a livello di metaforica fantasia, che di stile letterario. Il tuo animo cavalleresco emerge sia nei racconti che nelle poesie. Eccellente testo. Complimenti Sir, lode, lode.

il 15/04/2025 alle 14:15

Carissimo amico Giorgio, felice di rivederti! Mi sei mancato! Grazie infinite! Tvb

il 15/04/2025 alle 14:34

Ne sono contento, amico Giancarlo! La nostra intesa va oltre ogni inimmaginabile confine! Grazie sempre!

il 15/04/2025 alle 14:37

Lode a te, amica Santa! Tu mi comprendi e rimarchi ogni mio passo di penna! Con la stessa ti ringrazio infinitamente!

il 15/04/2025 alle 14:39