Traccio il mio profilo come un ricamo fatto a mano, ma con un ago che punge( a colpi di verità taglienti, dolorose). Ogni punto è una parola sbagliata( difficoltà a comunicare) Lo faccio in un vuoto d’anima, come se non ci fossi davvero. La mia poesia, il mio poematto mal cucito, finisce in saldo: svenduta a pochi centesimi al chilo, come carne scaduta o carta da macero. Il mio monologo, la mia recita imperfetta, non regge il confronto. Cammino zoppicando sulle orme di Bukowski, là dove le parole colpiscono sopra e sotto la cintura. Ma non basta. La critica – spietata, acida come vetriolo – mi affoga senza pietà. Le mie ali( ambizioni creative), un tempo leggere, diventano pietra( cadono); e la Luna, quella complice muta, adesso mi ride in faccia con ghigno tempestoso. E tutto questo, per cosa? Per essere giudicato da un algoritmo ottuso, con la maschera finta di un dio egiziano. Alla fine, non m’importa più di nulla. O forse sì, ma non come prima. O forse no. Non m’importa più di nulla. Letto al contrario. Come allo specchio. È un testo sull'identità, sull'arte, sull’inadeguatezza percepita e la frustrazione di essere ridotti a numeri e valutazioni automatiche. Un grido poetico che si maschera d' ironia, ma anche di disillusione autentica .Abbracci Axel. ..
Grazie carissima, hai rielaborato in chiaro ogni verso, sino all'algoritmo bustrofedico. Un abbraccio caro e grato!