Simbolico il limite che la creatura può liberamente riconoscere e pertanto rispettare, dove il buono è il bello direi. Salutissimi.
“Meglio sudditi che sovrani”, verrebbe quasi da esclamare dopo la lettura di questa profonda e molto intensa composizione poetica. È bene, tuttavia, subito puntualizzare che, lungi dal comprimersi negli angusti ambiti della consueta e radicale ricusa delle concettualizzazioni nozionistiche di dominio, potere e autorità, il testo si configura invece come una toccante e coinvolgente perlustrazione dell’amaro destino e il pesantissimo tributo interiore ed esistenziale insiti nella condizione stessa di regalità. Naturalmente, l’intera poesia può benissimo interpretarsi come un’allegoria e una metafora delle ben più ampie e totalizzanti relazioni umane che scandiscono i modelli e gli atteggiamenti comportamentali dei rapporti interindividuali e collettivi, esteriorizzandosi in un perentorio invito e un’accorata esortazione a rinunciare ai processi e le condotte suprematiste, prevaricatrici e leaderistiche, per collocarsi invece su sponde e litorali saldamente ispirati ai principi e le dinamiche dell’egualitarismo, la solidarietà e la fratellanza universali. Secondo un approccio stilistico che molto spesso contraddistingue le proprie elaborazioni, l’autore si avvale di una modulazione espositiva di distico in rima (AABB) e una struttura coesa di strofe suddivise in una media di 8-10 sillabe per ciascun verso. Sin dalle battute inziali, la poesia ci presenta l’esistenza di un irredimibile e incomponibile contrasto tra l’investitura formale ed esteriore del sovrano e la sua concreta ed effettiva condizione di solitudine e isolamento (“Sul trono alto e solitario/Siede il re). In questa prima dicotomia, comunque, l’assegnazione sembra deliberatamente determinata dalla brama e la cupidigia di potere, come ben si evince sia dalla espressione riflessa sul volto del sovrano, sia dalla stessa immagine del trono che, sebbene “alto”, appare a ben vedere quasi come un trespolo sperduto e malinconico, decisamente lontano da una riproduzione canonica e sacrale di gloria, potenza e onorabilità. Tutta diversa, invece, si delinea la derivazione raffigurativa esposta dalla dualità simbolica contenuta nel distico immediatamente successivo. Pur, infatti, aggrappandosi tenacemente alla propria autorità (“il potere stringe forte”), il sovrano è nella fattispecie insostenibilmente attanagliato dalle ansie e i timori che la gravosità dei compiti di scelta e le responsabilità decisionali del proprio ministero inevitabilmente comportano (“la paura è la sua sorte”), al punto da adombrare ed oscurare persino i vantaggi e la natura apparentemente gloriosa e privilegiata consustanziale alla posizione di sovranità coronata. Un contesto, dunque, pressoché paradossale che i versi successivi ("ogni scelta pesa assai/su di lui che guarda il mai"), sottoscrivono e avvalorano ulteriormente. Qui, infatti, il fardello della detenzione del potere si traduce in una conseguenzialità psicologica emotiva e tumultuosa dove il “mai” riecheggia un senso di sconforto e di afflizione per l’impossibilità e l’inattuabilità della realizzazione di scenari e destini propizi e favorevoli. Non è casuale, allora, che lo sguardo vigile e guardingo del monarca sia angosciato da un “cuore” pesante e “greve”, quasi a suggerire l’atmosfera di "intrighi oscuri, falsità", inganni e tradimenti che pervadono e minacciano la propria corte e il suo stesso impero. Benché, insomma, “sembri glorioso”, “il seggio” è in realtà “tanto rischioso”, reitera e ribadisce nuovamente il testo, evidenziando ancor più l’antinomia intrinseca e caratterizzante implicita nella natura e nell’esercizio del potere e dell’autorità costituita in quanto tali. E i pericoli, le emergenze e le vulnerabilità della apparente sfarzosità e magnificenza del “trono dorato e tetro”, assumono contorni culminanti nella suggestiva ed eloquente risonanza rappresentativa custodita nel verso conclusivo, dove quel “ogni giorno è un nuovo metro”, conferisce un senso di transitorietà, incertezza e precarietà evocativa così potente ed essenzializzante da assumere le connotazioni della più insopprimibile, assillante e ossessiva resa dei conti definitiva.
Che bella poesia Sir. Il re che ha tanto potere, ma vive sempre, nel timore e solitudine. Un ruolo il suo, potente, ma anche, molto rischioso. Un caro saluto
Ritorno stanco da Altavilla, ove ho visto la partita del Palermo che ha perso in quel di Brescia, e leggo tal contributo che mi ha fatto dimenticar già la sconfitta! Jean, mi hai commosso seriamente. Un miliardo di grazie!
Grazie assai, Mariangela! Hai sintetizzato il significato della poesia, in modo perfetto.
Quando si parla di Sovrani ,il primo personaggio storico a cui penso è in assoluto allo Stupore mundi. E anche in questo caso. Essere potenti significa non solo godere di grandi privilegi ma soprattutto di confrontarsi ogni giorno con grandi responsabilità ed è questo il senso che io ho colto nei tuoi pregiati versi. Mio caro Sir. Buonanotte.
Certamente, Santa; persino i regnanti più malvagi! Grazie del prezioso contributo. Buongiorno
Grazie assai, amica Zaira. A Palermo, finalmente, piove dopo mesi, e mi son fatto una voluta corsa sotto la pioggia!