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Utente eliminato
Pubblicata il 14/07/2024
il gatto di keats

nelle lande brumose del romanticismo inglese c’era il gatto di Keats,
il gatto di Keats a dare all’arte speranza di eterno ritorno
e all’artista sensazione di tornare all’eterno,
lontano dalle inquietudini, tutte terrene, delle bollette,
delle fatture da emettere a fine mese, dello stipendio da incassare,
dal far quadrare i conti accontentando i quadri (aziendali).

nelle case londinesi impregnate d’etica vittoriana c’era il gatto di Keats,
si accoccolava sulle gambe di chi scriveva versi, senza scappare,
tendeva agguati ai sogni e alle farfalle azzurre, a viole e a fate,
sussurrando, ad ogni carezza, miaulii d’immortalità
a uomini che morivano di niente: tisi, influenza e tubercolosi,
malnutrizione, sifilide, stenti, battaglie e inverni freddi.

ci vorrebbe ancora il gatto di Keats:
i gatti tardo-moderni sperimentano cosmetici e farmaci,
hanno aghi infilati nelle splendide iridi verde lacustre,
e, impegnati a frugare in sacchetti di innaturali croccantini,
a diventare obesi come l’homo consumens,
non si preoccupano di incalzare topi da biblioteca,
non si curano della grandezza durevole dell’arte o dell’artista.

c’era il gatto di Keats, allora, specie oramai estinta,
e noi, abbandonati alla disperazione dell’istante,
giochiamo a foggiarci felini, sinuosi e flessibili,
timorosi di tutto ciò che è liquido: amore, vita, paura,
fingendo di avere milioni di vite, e sprecandone una.

[Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, 2015]
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molto intrigante con amare verità

il 14/07/2024 alle 17:24