Porto acqua, enormi cocomeri,
rose e pane,
non tradisco la bellezza e l’esorcizzo
contro le invidie del tempo
spargendo sale dappertutto
finanche dinnanzi al pianerottolo di casa;
poi mi siedo sul muricciolo all’ombra
per evitare di arrostirmi il cuoio capelluto
al solleone
e mastico lentamente grano tenero
e piselli teneri, presi di soppiatto nell’infanzia,
che mai mi volta la schiena
come invece a volta fanno persino i libri assassini
e mi ascolto nella mente
una musica futura così dolce e aspra
da sembrarmi un fiume lunare
tra rocce altissime in precipizio
in un silenzio e attesa
complice e partecipe
come gli occhi di chi, caduto in disgrazia,
sa a tavola affamato ingannare
il digiuno per non scomparire con i commensali