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Pubblicata il 11/07/2024
Adagio di albinoni

attendo, nella sacralità del dire,
che tu ti pronunci
per una parola salvifica
o che nullifichi ogni cosa;
attendo, il ritmo solenne,
colonne doriche che reggono l’architrave
e a volte sorridono lievi, joniche,
se all’organo che intimorisce
dai spazio anche se per poco al violino
che rinfranca dalla tempesta dell’essere.
chi sei tu che mi inquieti
e voglio essere inquietato, per sentirmi vivere,
non ti bastava il vento che frenava il biondo
delle spighe che tardavano a crescere
e il rosso vivo dei papaveri sperso per l’aria
sangue di voli mai alzatisi?
ci hai fatto a tua immagine, ma senza
la tua grazia e la tua conoscenza e vaghiamo
ebbri di luce nei luoghi angusti e misteriosi,
traditori e traditi di eterno
sempre però speranzosi che qualcosa accada
per tornare al padre.
non so cosa io saprò darti e dare a me stesso,
per sapere che il tempo non è passato invano,
rallenti, se puoi, forse nella disciplina del cuore
e nella sobrietà della mente
saprò anch’io trovare gli accordi
come fa il sole morente
consegnando barbagli di luce stillanti nel mare
alla sorella luna.
ma presagisco, ora che la musica,
si sta acquietando che tu mi chieda
qualcosa che io non so darti,
la saggezza del nulla.
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