La persiana
sono l’eterna indecisa, mi dondolo
spingendomi in avanti , ma poi,
cigolando sui cardini oleati, ci ripenso
e non se ne fa niente.
durante questa danza
che sembra durare all’infinito,
senza che spiri un alito di vento/
d’incanto le mie ante si spalancano
come due braccia sulla croce,
e sbattono con violenza cieca
contro il muro bianco/ di calce e di paura.
un tonfo di ferraglia, un colpo di cannone
che rimbomba sonoro nelle quiete stanze.
allora, ancora scossa e con il cuore in gola
torno al mio posto e mi specchio civettuola
nelle lastre umide di pioggia.
guardo le vecchie ammaccature
e i nuovi graffi della verdiccia veste ,
poi come se nulla fosse accaduto
ricomincio, caparbia, la mia eterna danza.
gioco leggera con quel refolo di vento,
accenno un movimento,
mi spingo civettuola un po’ in avanti,
ma poi come sempre ci ripenso
e non se ne fa niente.
il divano
sono un divano di antiquariato
di quelli massicci, di una volta
sto disteso austero con i miei
piedoni in legno di castagno
poggiati sul cotto antico fatto a mano.
sono il pezzo pregiato del salotto buono
guardato con rispetto da una vecchia
cristalliera finemente intarsiata
e da un tavolo in noce nazionale
e quattro sedie con i vimini intrecciati.
sto fermo immobile aspettando speranzoso
che qualcuno venga prima o poi
ad onorarmi con il suo deretano ozioso.
e nell’attesa, fermo in quel salotto buono
osservo la cucina in muratura
che mi saluta timida sbuffandosi addosso
un sacco di vapore che profuma
di ottimo stufato.
e’ stato un amore nato da lontano,
sin dal primo giorno che l’ho vista
tutta vestita a festa con quelle mattonelle
bianche e quei giglietti azzurro fiorentino
finemente pitturati a mano.
e siate certi che non mi vergogno affatto a dirlo
che sotto l’elegante stoffa di seta damascata
quel giorno, il primo giorno che l’ho vista
tutte le vecchie molle d’acciaio satinato
in un baleno, impertinenti, sono saltate su
con un clamore di ferraglia.
la radio
ciao mi chiamo Radiolina
e da quel dì giro per l’etere
ed entro nelle case/ tra la gente.
oggi, dalla mia scatola di legno,
osservo quel refolo di vento
che zufola sfiorando le mura
bianche di calce ed una
buganvillea che riempie gli occhi
con tutti quei suoi fiori
rosso vermiglio.
il gatto e il cane son distesi a debita distanza
e dormono guardinghi
godendosi quell’angolo di pace.
e la che a un tratto la mia voce
si dispiega morbida e potente
scordandosi di vivere prigioniera
in quella stretta scatola di legno.
e allora insieme a quella giovane donna
dall’aria l’aria trasognata
cantiamo a due voci la struggente
canzone degli innamorati.
l’utilitaria
i miei antenati si chiamavano
topolino e Giardinetta,
avevano gli sportelli contro vento
e davanti al finestrino c’era il deflettore
ed il motore, ansante, le spingeva
sul posteriore.
sfrecciavano allegra sulle consolari
un nastro nero d’’asfalto e d’arenaria,
ma prima di partire era obbligatorio
che assolutamente dovevi tirar l’aria.
per cambiar marcia, poi, dovevi
depraiare, facendo la mitica doppietta,
tutto ad arte per non farle grattare.
avevano le mantelline ch’era decappottabili
ma oibò, poveri noi, i sedili non erano
reclinabili.Dopo diversi lustri finalmente
sono nata io, l’utilitaria che spopola al momento
quella che tutti, con nostalgico ricordo, anche in America chiamano : “ la nuova fiat cinquecento”.
sono una stufa a legna.
sono una stufa a legna, lavoro qui in cucina,
quello di fronte a me con i capelli bianchi
e l’aria trasognata è il mio tutore
che provvede a nutrirmi con tanta
legna buona e col carbone.
sotto i miei piedi c’è il cotto fatto a mano
e sopra la mia testa, in alto,
fuma catarrosa la vecchia ciminiera.
oggi son cominciati i giorni della merla
portando pioggia neve e freddo intenso.
allora eccoli qui tutti seduti intorno a me
a riscaldarsi a turno mani e piedi gelati.
forse resteranno accucciati
al caldo fino a sera mentre fuori infuria la bufera.
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