Dove si aprono le ferite
perché possano essere medicate,
il pietoso detergere la fronte
albeggia nei riflessi del fuoco,
nei campi derelitti.
lasciato il bacio,
quello che tradisce
quello che sigilla unione.
plastico il respiro che tiene in vita,
ghiaia sparsa,
polvere lucente dal cielo,
ultimi pensieri scomposti
e disarticolati.
rivedi i sogni
che fine hanno fatto,
sperperati per inutili strade,
l’amaro gusto della bile,
l’odio che ama,
l’amore che odia,
trafitti i cuori
alla giostra di cavalieri.
scendi verso la strada
quando finisce la tempesta tra i vigneti,
scendi dai sentieri
e scrivi parole di neve con le impronte
e getta diademi nelle acque,
con la forza del disgelo,
con la consapevolezza dei dispersi al vento.
mordi questo maturo frutto
che è il mio seno,
il tuo rifugio,
il tuo avvenire,
il Golgota dei giorni nostri che furono,
il cimitero leggero di un paese,
il diluvio che mi ti si abbatteva addosso,
senza porto,
senza ancore,
senza nulla che non potessi avere.
mio.
tua.
possessivi chiusi in una busta
sigillata a lacrime di ceralacca
e l’impronta di labbra bruciate,
chiuse su sorrisi estinti.
il dirupo ai mie piedi,
le vie della fede da attraversare,
salto,
ricordo di te,
stordimento,
miraggio di redenzione,
schianto,
nulla.
mio.
tua.
…. forget about me.
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