Seduta al cospetto d’un salice piangente,
mi guardo ridere, e ridente
mi dispiaccio per il povero piangente salice.
lo guardo,
pare fissarmi,
come a chiedermi di compatire,
e patir sia chiaro
un dolore che proprio io non sento mio.
disperato, si volta,
nella speranza che in me nasca una rivolta,
un cenno d’opposizione, o che so anche solo una reazione
un ché, al suo sentire
e io invece muta,
col desìo di morire
ridente.
salice mio, perché t’addolori nel tuo essere piangente?
naturalmente, tu sei
e se per caso ci provassi,
ad essere ridente
tutt’intorno la natura,
accigliata e un po’ sorpresa
si sentirebbe offesa.
il ciliegio poi dovrebbe rintanarsi all'imbrunire,
e rinunciare, pietosamente
all’avvento della primavera sua,
ci pensi amico mio?
abbracciarsi un inverno che non le appartiene,
snaturare, snaturare!
piangente, mio salice,
ti volti e mi comprendi
t’abbraccio e con vergogna
piango anch’io,
che fatica nascondersi,
amico mio.
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