E' incredibile pensare di quanta gente siamo circondati. Si tende sempre a restringere il campo, per sentirci parte di un nucleo limitato: la famiglia, gli amici, la città, un sito di poesie.
Essendo nato e cresciuto in una città di sessantamila abitanti, mi sono sempre sentito coi confini limitati. Quando sono arrivato in una vera città col milione di abitanti o più, ho da subito avvertito il senso di vuoto e pesantezza tipico delle vere città, una specie di risucchio che precede il boato.
La presenza umana ha un peso specifico, un odore, un grande occhio, e movimenti ciclici, imprevedibilmente prevedibili. Ieri ho fatto un calcolo: considerando la media di 70 chili per persona, nella mia città di sessantamila abitanti ci sta una massa umana di 4200 tonnellate. Non è poco. Una massa di 4200 tonnellate che necessita di generi alimentari, di vestiti, medicine, detersivi, che produce rifiuti a montagne. Nei primi periodi della pandemia di coronavirus, i supermarket erano stati presi d'assalto dalla gente molto spaventata e non si trovava più niente, neanche i rotoli della carta igienica.
I miei concittadini non se la passano male, ogni famiglia possiede almeno una casa, tre macchine in media, e alcuni soldini in banca oltre ad una buona percentuale di quelli che possiedono una casa aggiuntiva al mare o in campagna. Nel povero e assolato cuore della Sicilia, ci sta un benessere nascosto, perché non va più di moda esibire. In questi ultimi anni, moltissimi immigrati si sono integrati e il centro storico della città, un tempo cuore pulsante, è diventato la città degli immigrati.
Comunque, mi rendo conto che il mio discorso iniziale ha preso una deviazione, volevo parlare di moltitudine e del peso di un'umanità che ci opprime e invece, son finito a sgamare il benessere nascosto dei miei concittadini e il frizzante menefreghismo degli immigrati che adesso sono anche i miei concittadini, molto più simpatici e colorati degli oriundi.