Il cielo si annerisce fra le fulgide
nubi dell'ebbrezza ricercata;
ormai le forme diventano addii
di spietato dolore nelle quieti
serali. I baci voluti dalla Venere
moina fioriscono col crepuscolo.
cenere in ogni roccia incavata
di questo sotterraneo clemente.
quando mi amerai così tanto
da dimenticare ogni baffo curioso
che flette il tuo cuore lussurioso?
scrivimi, cantami i calori che,
infelici, hanno palpato il tuo seno.
cantami del dolce frastuono
che il tuo gemito invoca solo
nelle lingue di uomini insulsi,
quando le mie parole s'illuminano
di brio e immensità poco note.
cantami di quando in solitudine
trastulli le tue rose con pensieri
inconsueti, ed urli di natura!
amami perché non sono rosa,
ma orchidea delle tue serate
scolpite di dolci fremiti.
io donna dei tuoi eleganti impulsi,
contadina di parole inusuali,
concime per il tuo secco animo.
il cielo poi, si annerisce fra fulgide
rime di parole inventate. Ebbra
di solitudine e diaboliche percosse,
la mia vita è stretta in pochi versi.
il sonno greve si affatica di moti
quasi solo immaginari. Deambulo
fra le ignote campagne dei monti
siculi e austeri. E tu, Venere moina?
fra le stelle accecanti dell'isola
antica, esplori nuovi sapori,
mentre i miei occhi ti spiano lungi
da ciò che la tua sobrietà casta
consentirebbe alla mia curiosità;
donna di città, donna di campagna.
che orrore! I suoi orrendi pomi
strofinare sulle tue sinuose fantasie.
chissà se io, bislacco poeta,
avrei potuto sfiorare le tue paure!
ed ecco che anche le annebbiate
figure di un altrove troppo lontano,
e le cellule della città senza nome
prendono forma, e pure stirpe.
il mio viso flette sulle pietre internate,
la coltre bruna ha ancora gioia
da raccontare ai suoi passeggeri,
l'etere è quasi più lucido e geme
a contatto col mio grasso respiro.
la natura è ebbra di sentimento:
io verrò a placarla. Gli uomini
assumono colorazioni loquaci
al mio animo vispo. E non smetto
di amarti, venere sospetta.