Ti cerco fra le note danzanti d'un vecchio spartito e nella musica dell'Ave Maria del vespro, ma non c'è luce in questo tramonto e la morte è sorda e la vita si trascina claudicante nei meandri d'un mondo assurdo, che non mi appartiene, così come non mi appartiene il gesto gentile d'una mano che sfugge all'istante; e guardo oltre il confine, tra il cielo e la terra, e corro e corro, quasi a farmi scoppiare i polmoni, sui sentieri impervie d'una foresta, dove il tempo lentamente avanza, a consumare l'essenza delle cose, e poi s'apposta, muto, tra rami dolenti, mentre il silenzio si distende, vuoto e greve, sulla propria penombra.
C'è un lago poco più in là, pigro e assonnato, e una barca in secca, abbandonata, che ha perso i suoi remi e si consuma nelle intemperie.
Arrivo ad una rupe, alta e profonda: sotto la rupe, tra cunicoli bui e stretti, spunta una rosa, nera e mendace, sopra, invece, c'è uno spazio infinito. Tendo le mie braccia a quello spazio, chiudo gli occhi ed è quiete.
Olimpia