Non so se altrove fosse già stato scritto il giorno e il mese, ma accadde. Fu in Maggio. Un brivido raggelò la casa, e la gemma ancora chiusa sopra il ramo.
quando tutti gli abitanti sono felici la casa risuona di voci, similmente ad un carillon che diffonde armonia.
una marcetta scandisce le ore, del giorno e della notte. In perfetta simbiosi scorrono le vite parallele.
quella inerte degli infissi e quella in fermento degli sposi, dei figli e dei fratelli.
quando il dolore si presenta alla porta, esibendo le sue credenziali, tutti gli abitanti flettono il ginocchio, come perdenti che depongono le armi.
si subisce, impotenti, la sua presenza, pari a quella di un ospite sgradito che impone dittature.
si ferma il carillon, le ore vengono scandite da un lento rintocco di campane. Freddo e monotono rintocco che spegne dalle bocche l’allegria.
una nube si installa sopra il tetto e non permette al sole di brillare. Mutano di rotta persino le stagioni, i gesti e le parole subiscono castrazioni, si usa il parlare sommesso, fino ad avere parvenza di bisbiglio.
e’ sempre rumoroso il dolore, quando bussa.
suona forte il battaglio di ottone, e impaurisce le vetrate;
dietro di lui, che entra da padrone, si chiudono ad una ad una le altre porte, come se una mano invisibile facesse scattare tutti i chiavistelli.
la vita degli abitanti esperimenta l’embargo della libertà.
le attività quotidiane sono convogliate entro un unico periplo abitativo, che ben presto diverrà recinto, confino, domicilio coatto.
l’Io dell’essere vivente si annulla. L’Io personale, egoistico, si eclissa, prevale la parte migliore dell’uomo, la parte più alta e divina, tutta presa ad alleviare il dolore
dell’altro essere amato, che soffre.
la sua parte samaritana impara ben preso a decifrare un gesto delle dita, un lieve battito di ciglia, protesa verso il capezzale che nei giorni felici fu crocevia di affetti.
se è la madre a soffrire, le mura sembrano contenere una tempesta, un mugghiare di marosi impazziti si infrange sulle pareti.
se è la madre, ad essere il bersaglio del dolore, la madre che della casa scandì le ore liete, colei che fu sabbia e clessidra, vittima e altare, schiava e sovrana, la casa, sua sosia, sua anima muta, si piega in due,
come quercia intaccata dalla folgore, come rosa che si flette sullo stelo.
la notte, gli spiriti folletti protettori delle case vagano in ronde disperate.
smuovono i ninnoli di cristallo dal torpore, confortano le bambole abbandonate sui divani, innaffiano le piante dei poggioli.
poi soddisfatti, sfilano al suo capezzale, sorvegliando il respiro di colei che riconoscono sovrana per un segno di intesa, un ok.
se c’è un artista, fra gli abitanti della casa, questi vive un’esperienza diversificata del dolore. La vive come un fabbro, che forgia sull’incudine il metallo.
il dolore, anche se vissuto di riflesso, è come un seme immenso, che presto darà frutti.
interrato, saggerà il buio del solco, rabbrividirà al gelo delle notti, esperimenterà l’abbandono apparente del Padre creatore.
ma muore sempre il chicco di frumento, prima di germogliare la spiga.
nessun esperienza andrà sprecata, ogni accadimento si depositerà nella fucina della memoria, in attesa che la vita risalga dalle ombre del dolore, per palingenesi di luce
il tempo sarà maturo perché il germe dell’arte produca sortilegi.