Non vi è modo
che io sciolga
questo nodo
che mi lega
a te, poesia.
fin agli orli
della pazzia
mi hai trascinato
con le tue mani
che odorano
di macinato, letame,
gelsomino, fumo,
erba fresca appena
tagliata ...
e mi consumo,
sdraiato su questo letto,
nel pensiero più nero,
il più vero d'ogni uomo
solo con sé stesso,
che sa di esser solo
nell'umida terra
dell'eternità.
ed io so che tu sola
potrai esser salvezza
per questo ateo disperato,
per questo fiato spezzato ...
entra nei miei versi di carne,
nelle mie strofe fatte di fegato,
viscere, stomaco e galassie,
nelle mie rime, concime
di questo giardino
dove fioriscono
solo papaveri insanguinati,
girasoli già aridi
mentre avidi
i miei occhi
gemono ululati
verso la luna.
la mia penna
sta per ammazzarmi,
dea intransigente,
dea spietata
alla quale la gente,
lo stupido volgo,
ha sempre pisciato
sopra come il monumento
di un eroe qualunque!
ma io ti proteggero sempre,
con tutto me stesso,
e ti custodiro nel cuore
nel tuo feroce segreto,
nel tuo atroce insegnamento.
concedimi solo un verso,
uno soltanto,
che sia il pianto
di un futuro poeta,
che sia la meta
della sua penna
e che guidi il suo passo,
come per me Baudelaire
o il dimenticato Tasso.
concedimi una lettera
fatta di fiamme o veleno,
un'altra che sia una carezza
dolce come il vento
nella calura estiva.
oh Diva, diva invincibile!
lascia che io beva
dal tuo ventre,
gigantesco come l'oceano,
e che l'immensita
scorra come un fiume
nelle piume delle mie parole,
pronte a librarsi
come uno stupido uccello.
sarò pronto, pittore svergognato,
a dipingere il mio pisello
che entra nella figa
come un torrente
che sfonda una diga,
sarò pronto a disegnare
un cadavere putrefatto
divorato dai topi,
un tempo anfratto,
casa di un uomo,
ed ora di bigattini e mosche.
sarò prono a ritrarre
le nostre anime losche,
in tutta la loro brutalità,
un tutta la loro ferocia
di scimmie intelligenti.
sarò pronto a viver di stenti,
sarò pronto a tutto purché
tu faccia di me
la salvezza di un disperato,
purché io sia lo sconto
di pena d'un carcerato.
fai di queste fragili melodie
le omelie dei reietti,
dei diseredati e dei bastardi,
dei tardi e di tutti coloro
che fanno oro di un goccio
di luce, del truce respiro
che ci riempie il corpo
prima che sia la terra
a Pesarci addosso
come l'universo,
eppure è solo un fosso.
mi consolo,
mi consolo col tuo violino
dolce come un gelsomino
bianco, ma son stanco,
stanco del sole,
stanco dell'amore,
stanco del mare,
stanco dell'infinito,
stanco come Sisifo
dannato, come il latrato
di un vecchio cane
che ha rincorso
rane e lepri
nei boschi,
nei foschi sentieri
di questo ignorare.
ad amare son tutti bravi,
ad odiare solo gli schiavi
son predisposti,
ma ad essere indifferenti,
indisposti alla vita,
sono veramente pochi:
e a loro che guardo,
a loro, gelidi Epicurei,
con occhio bastardo.
ma io già so
che non mi arrendero,
perché sento l'eternità,
sento la musica
del vento scivolare
sull'erba come pioggerellina di Marzo,
come la mano di un amante
il seno caldo dell'amata,
come se fosse una montagna.
e già sento le scosse
in questo petto,
come lava che stagna
sotto un vulcano,
come un tuono fuggito
verso gli abissi,
come il ruggito selvaggio
di un raggio mattutino.
poesia, Concedimi
un solo verso,
o una sola parola,
consola questo tormento:
ho cercato di fuggirti
in ogni modo,
ma non vi è modo
che io sciolga
questo nodo.