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Pubblicata il 01/02/2003
L’ORCHIEPIDIDIMITE

Stiro
con l’ondivaga prora del ferro
ciascuna esterna forza che ha turbato
l’equilibrio di livello
e penso cose che non so ricordare
come i madrigali di Palestrina
se non che il genere.

Lavo
piatti di ieri e pavimenti e il bucato
e spolvero e rimugino
su quanta di tanta polvere
appartenne già a qualcuno;
invero pensieri forzati
che non si pensano davvero
se non così, per poetare.

Cucino
imbastisco un veloce pasto frugale
quando non mangi da me:
una pastasciutta al dente
del cavolfiore e una mela.
Eppure digiuno di vedere te
che sola al mondo dovrei curare
pur di citare or ora il Petrarca.

Poi leggo un libro e i giornali
porto a spasso il cane
e mi godo questa mutua
al punto che mi piacerebbe d’essere
il ricco o l’ancora nobile
che vivano di rendita
e del solo sforzo di immediate semplificate
soddisfazioni del Don Giovanni.

E mi curo
l’orchiepididimite indicibile
nome di poemetto che pare
un dialogo platonico come l’Eutidemo
o di Omero la Batracomiomachia
o del Leopardi il paralipomeni a questa
e si direbbe oramai:
“che palle, la sostanza è la stessa!”.

Aspetto che chiami
o chiamerò io.
Se stasera non ci vedremo
ti scriverò qualcosa.



Davide Riccio
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Pensieri solamente ingabbiati in forma poetica.
Ma sono simpaticissimi!
Er

il 01/02/2003 alle 19:45