Lui ti chiede come stai, tu gli rispondi che stai bene anche se significa esattamente l'incontrario perché pensi che a lui non deve riguardare, e pensi a lei.
A tua figlia. Vuoi che sia felice.
E lui ti crede, ovvero fa finta di crederti, perché è intelligente, perché sa che deve essere così, perché giocando con un fiammero ti sei scottata le dita, e ti si è rotto un unghia, è ora di fare il manicure.
E di curarti quelle dita.
Credi di essere diventata una brava bugiarda, tu che le bugie non le hai mai dette.
Sai bene, che non ti crederebbe nemmeno un bambino. E continui a dirgli di stare bene, per non far star male lui, per non far star male lei.
Ma a me non m'imbrogli.
Vorresti sbattere quella porta e uscire dalla casa per sempre, ma non lo fai. Non puoi, per tua figlia, per non ferire lei che finalmente è felice,
per non ferire lui, che finalmente hai capito che non è dio.
Invece, dovresti sfondarla, quella porta, e fregartene di tutti e non tenerti tutto dentro come se tu fosse una santa, perché sai bene che santa non lo sei.
Ma donna.
E calcoli il tempo e la distanza d'una storia immaginaria tra piccole rughe su un volto che non è tuo, ma di lei.
Tu le rughe non le hai.
Ti voti al sacrificio nella coscienza che lui non avrebbe mai potuto amarti.
Non così.
E ti accorgi che non è neanche un tuo amico.
Olimpia
Non è poesia, ma è una narrativa "sperimentale", tra prosa e poesia.
Non ho trovato il posto dove collogare il testo.
Scusatemi.