Davide Riccio
POEMA CONCISO
1
(INTRODUZIONE)
Non me ne importa nulla
se il vuoto pullula di fluttuazioni
e di energie misteriose come Dio
e come Dio capaci di creare
dal nulla non più nulla
particelle di ogni tipo
atomi da uno al googol
materia
nuovi mondi
universi paralleli
in bolle di vuoto ma non più vuoto
in espansione
O Nulla nostro che sei nel Nulla
Che me ne importa
della fisica microscopica
se io sono qui
tra guru del marketing
e combattenti di Al Qaeda
senza più scopo
scotch whisky all’imbrunire
a non trovarvi l’alba
a volere ogni cosa o il giusto e non posso
ed anzi già per questo poco
dovrà finire
E quando sarà finita
- se neanche il vuoto
può essere vuoto
e nulla il nulla -
dove riparerò infine?
2
(SONO IO STESSO UN DIO)
Sono io stesso un Dio
quando le falene si accoppiano
sull’elemento del radiatore
a cui so dare nome e spiegazione
una più ampia collocazione in bagno
ma per esse un luogo limitato
se stesso
ed io stesso un Dio su di esse
inconoscibile
comodamente seduto
sull’asse del water closet
casualmente mio trono
biancoceleste
Userò dunque l’aspira-insetti
per liberarle vive
insufflandomi l’ego
di rispettoso sentimento New Age?
O per impulsivo retaggio arcaico
le schiaccerò in carta igienica
liberandole da vita
e riproduzione
come una frana sorprende
due amanti all’aperto
nel bosco?
(O più par Suo
osserverò indifferente?)
3
(UNDERGROUND)
Ho anch’io un posto nel bosco
e paure
dove la fustaia dell’abetaia
assume la sua primigenia formazione
però sotto le piccole chiome alte
che in continua gara tra loro
portano le foglie a sempre più luce
sotto i morti rami senza luce
dell’umbro strato arbustivo
e lungi dalla vita intensa
fruttuosa del sottobosco tropicale
o di un clima temperato
Nel mio paese di fredda ragione
mi elevo a poche stentate erbe
ogni tanto a un lampone
a un mirtillo e una linnea
a una poesia minore
poi torno al muschio
senza nemmeno l’opposto rimedio
di entrare nella zolla
nell’humus
di andare in ciò che fa
fertile la terra
tra le radici in azione
nella tana delle vipere
nel letargo della marmotta
in gallerie di onischi e lombrichi
vorace come un grillotalpa
eccetera
4
(VANITADE)
Nordico, bianco di pelle e delicato
abbronzato sarei apparso più bello
Invece il sole mi ha subito scottato
ed ora, chimica alla chimica,
mi cura la benzocaina con alcool benzilico
mi conforta la cessione controllata
del retinolo sull’eritema
il doposole
la sera
e il sonno in cui cessa
il problema
(Sulle mani
nelle papule dell’orticaria
nell’incessante brivido orripilatore
ho visto il muso della megattera:
è questo il poeta?)
Cauto mi scarto rinnovato
dal cellofan
sollevo
levo
lembi di pelle morta
che offro bambino
a formiche rosse
vi si imbattono
provano
la mangiano
Nordico, bianco di pelle e delicato
Abbronzato sarei riapparso più bello
Invece insetti di me
Hanno già anticipatamente mangiato
5
(IO NON SO ALTRO)
Non ho bisogno di Padre Pio
non posso credere nel sovrannaturale
su gentile richiesta
Credo invece nel disagio
e nella tenerezza,
ciò che provo per i pellegrini
in coda sul sagrato
ad attendere il proprio turno
per una benedizione da prenotare
una lettera da scrivere
e lasciare sulla tomba
del santo miracoloso
(un McDonald’s in desolata landa
non è anch’esso un miracolo?)
Io non so altro
di una visita agli estinti di famiglia
e non avere epitaffi
sarà il mio epitaffio
come una pudica maggioranza
per necessità
nome e cognome
due date
un ritratto composto
(quasi mai di quando si fu giovani
o in una età di mezzo,
il che sarebbe fuori luogo
una vanità)
Giro per il cimitero
Come non sappiamo andarcene
mai del tutto
in ceneri disperse
obbligando piuttosto
un ricordo angoscioso ai vivi
e ad una più pratica soluzione
dei fiori di plastica!
Scongiurando su lapidi
la sveglia all’indomani
con versetti da Giovanni o Timoteo
come non sappiamo andarcene!
Ecco, io suono un mare
di rena e piccoli sassi
dentro uno strumento aborigeno
di legno o canna di bamboo
proprio come il poeta
parla del mare
e non è il mare
proprio come parliamo della morte
e non è la morte
6
PAGANO
Davanti al mare
stiamo sempre a guardare
a lungo non diciamo più nulla
Dopo tanto tempo di terra
al primo spiazzo lungo la litoranea
- quando finalmente ci appare -
oppure seduti su spiagge assolate
in più nuda creazione
o sul lungomare di prima sera
ci fermiamo a contemplare
ad ascoltare
ad inspirare
mai paghi di una semplice pace così
quell’aria
le onde
l’orizzonte
Come un richiamo del sangue
a testa alta
davanti al mare
stiamo sempre a guardare
di un guardare subito intenso
intimo e lontano
un qualcosa che ci ha generato
7
(CONCLUSIONE)
Passeggio per la tenuta
mani dietro la schiena
un antico gentiluomo di campagna
che ha letto i romantici
Mi annoia l’assoluto riposo
continuato così che ritorno
a svaghi fanciulleschi
(quando il tempo ugualmente
non passava e sembrava
che mai dovessi diventare grande).
Le cavallette schizzano via
come allora
ad ogni passo fattosi calcio sull’erba
Scruto sulla terra spaccata
la lucertola stecchita decomporsi
già verde azzurrina di un rame patinato
Stacco le chioccioline dalle stoppie
soffio contro quel sonno sicuro imperturbabile
a scuotervi anche la mia vita in casa rinchiusa
Cerco le cicale che smettono al mio arrivo
il monotono stridio
e un po’ di fortuna tra il trifoglio
Giungo infine all’albero
su cui salivo e sedevo a parlare da solo
sognando, progettando il futuro
e di tutti i sogni o progetti
uno solo s’è avverato:
son divenuto adulto.
28 giugno 2002 / 12 luglio 2002