Una pacca sul sedere,
lungo il sentiero grigio antracite
del nostro saluto.
ultimo gesto miserabile
per trattenermi.
ma dovevo andare,
come chi non hai mai avuto.
la calendula
caduta sul pavimento,
al mio passaggio veloce.
tempesta cupa
nei tuoi occhi.
non ho visto
l’espressione frastornata.
l’ho soltanto percepita
nel deforme e innaturale tuo sentimento.
che al pari di una morsa di ghiaccio
affondava i denti nell’anima.
flusso rovente dalla fronte ai piedi,
aghi ossidati conficcati nei muscoli.
dopo la mia mano calda a carezzarti il ventre,
il tuo bacio sul naso
e le mie gote arrossite.
mentre veniva estratta
la carta del “disperato per gelosia”,
dal mazzo delle Sibille.
stridulo suono
del nostro tempo,
del nostro destino avverso.
cielo acromo
sopra la mia assenza.
poi un’ombra,
ad offuscare il tuo sguardo,
dall’altra parte della parete.
una figura vigorosa
a trattenermi i fianchi.
e la mia surreale sensazione
di averti ancora tra le dita.
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