Ed è quando ti ho rivista
che camminavi goffa e incerta
che Avrei dovuto parlarti
o chiederti l’ora
il tempo non ha cambiato
in te, un qualcosa di fermo
la bellezza d’autunno
e cosa può mai fare una penna?
ed è quando ti ho rivista
che mi si è bloccato il polso
avrei dovuto far finta di inciampare
davanti a te e perché non sopra
e il tempo è fuggito
per me indissolubile nemico
ma in te rimane lieve
il livido degli anni
come ci fosse uno scudo
a proteggerti dalle bassezze
il mondo non è poi
quella gran cosa che pensavo
eppur guardando te
forse il dubbio accresce in me
speranza e luce
una donna che brilla
val più di mille lanterne
o l’enciclopedia e le scienze
e sei tu a dipingere il paesaggio
sei una musica surreale
che parte da un pianoforte
costruito a mano incastonato
con fiori e rami d’albero
collocato sopra uno scoglio
nel mare tra Scilla e Bagnara
lo splendore mediterraneo
come lo sguardo tuo
o un fiore di montagna
che è così alto da specchiarsi
fin giù nella vallata per poi
sfociare nel suo fiume
e le tue scarpe consumate
allineate al viso tuo
assumono la postura
del fascino della vita vissuta
e salvaguardata, insieme,
due occhi e due scarpe
è un fulmine di fascino
che penetra lo sguardo
attento mio e curioso
avrei dovuto parlarti
o anche lanciarti qualcosa
così per avere attenzione
ma poi ho pensato
anche avendo una speranza
di pettinarti i capelli
la notte dentro una stanza
a che servirebbe
e non sono quel tipo d’uomo
fintamente umile
che pensa di non meritarsi
così tanta bellezza
ma davvero, e non par vero
se t’avessi mia per sempre
qualcosa si romperebbe
e lo splendore di donna
non può essere colto
ma solo annusato
come il profumo che s’alza
nei pomeriggi di maggio
se t’avessi mia
ti stringerei così forte a me
nelle notti di bruttura
che t’ucciderei in un sol secondo!