Si parò d’avanti a me
e stetti zitto.
mi fissava e mi guardava
ed io ad ascoltare l’affanno dei suoi occhi.
pensai che sarebbe stato bello sentirlo camminare ancora.
ancora una volta su aridi sentieri.
non seppi proferire parola.
ma esclamavo, urlavo e dibattevo il suo pensiero.
un ciuffo di capelli mi cadde sull'occhio
e lunghi ancora li portavo
a testimoniare la noia.
in fondo, una donna.
i fianchi stretti, capelli curati e vetri sugli occhi.
seduta tra chiazze di primule e peonie.
mi guardò, la guardai
e lui guardava noi.
non lo sopportavo!
non potevo chinarmi alla sua tracotanza,
a quel benevolo sguardo di clemenza,
al rimbombar del suo onesto sorriso.
alla minuta mano che mi porse.
e “no” mimava.
e “si” replicavo.
e lei guardava me.
e lui guardava noi.
ed io, appassito su quella panca,
con le dita assaporavo il legno umido
della notte prima.
la donna prese a muoversi.
mi passò innanzi
senza curarmi di interesse.
lui mi guardava,
io guardavo lei
e lei a pestare veroniche.
scostai la ciocca e guardai:
vidi un sorriso onesto,
il sollievo dell’ingenuità che porta
capelli corti di gioia,
un pallone da infilare sotto una panchina.
mi guardai…
e mi vidi.
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