Abbiamo cercato dentro di noi il nostro vero nome,
quello che più da vicino ci riguarda.
c’è mancato un pelo
ma per un pelo non l’abbiamo trovato.
siamo stati in silenzio e tra un respiro e l'altro
abbiamo teso l'orecchio verso il punto del nostro corpo
dal quale partono emozioni
talmente dirompenti da toglierci il fiato, certi giorni.
da farci tremare, piangere, urlare.
ci siamo guardati allo specchio per ore,
calcolando con quale frequenza
la marea provocata dal sangue
che ci scorre nelle vene
porta sulla superficie degli occhi i nostri sogni
e guardandoci negli occhi abbiamo domandato
ai nostri sogni cosa loro vogliono da noi
e da dove vengano
e dove vanno, poi,
un momento prima che la luce dell'alba li uccida.
abbiamo camminato
anche quando la nostra testa era solamente piena di vento
tanto che ogni cosa perdeva il suo senso
e le parole erano solo un fischio troppo rapido, distante, già perso.
abbiamo chiesto alla nostra ombra un’idea
che ancora a noi sfuggiva ma la risposta
tutta intera non è arrivata mai. Siamo partiti senza.
abbiamo cercato risposte
anche quando non c'erano più domande da fare
e quando ci siamo accorti che le risposte
hanno cominciato a venderle
stampate su magliette di cotone,
abbiamo capito che la nostra rabbia era giusta
e tutto il resto, invece, era tempo sprecato.
abbiamo rinunciato quasi da subito a chiedere l'ora
ma non è bastato questo ad evitare
che le lancette ci scorressero dentro lo stesso.
e’ che ci eravamo illusi,
ci eravamo detti che noi potevamo aspettare
e che il tempo invece era schiavo di se stesso.
non è così che gira. Anche i secondi tagliano.
qualche volta abbiamo pensato
che ce la saremmo potuta cavare a buon mercato
ma abbiamo scoperto pagando doppio,
che non è mai stato così, per nessun motivo,
che c'è sempre un prezzo,
un conto da pagare appena fuori dalla porta.
abbiamo pagato volentieri anche se tanto,
pur di metterci nella condizione di essere lasciati in pace
da chi tregue non ne firma mai,
da chi è in guerra a ogni ora del giorno,
tutti i giorni, senza un perché.
abbiamo fatto finta di niente
quando tutti erano contro di noi,
li abbiamo lasciati indietro
insieme alle loro parole inutili,
alle loro bandiere,
alle loro buone intenzioni
ai loro vicoli ciechi.
abbiamo lasciato perdere la sicurezza
e le proiezioni in avanti,
tiriamo a caso, adesso
e non è che vada meglio o peggio
ma ci sembra più giusto, più onesto così.
ci serve per non metterci in testa cose
che forse non saremmo mai in grado di costruire,
ci serve per non mentire a noi stessi di proposito
e tutto sommato è già qualcosa
considerando i trucchi che ci dobbiamo inventare
per rimanere bilanciati su noi stessi,
per mantenere un assetto che neanche dovrebbe esistere,
visto che siamo in caduta libera, da tanto ormai,
così che ci riesce anche facile pensare
che, invece, stiamo volando via.
abbiamo capito che il bene e il male
sono due cani addestrati dal padrone,
abbiamo saputo con una certezza
capace di ferire che una cosa non esclude l'altra,
che niente resiste a lungo.
abbiamo ascoltato gente impossessarsi
senza ritegno di parole
spaziose e complicate. Gigantesche come mondi interi.
le abbiamo viste agonizzare e morire,
svuotare di ogni significato possibile.
ci siamo allontanati con la nausea solo per imbatterci
nella menzogna degli uomini, la nostra menzogna
l’irresponsabilità colpevole di quello che siamo
la fiacchezza compiaciuta delle nostre grasse idee
l’inutilità del nostro piccolo coraggio formale da concorso
la libertà equivocata furbescamente con la gratuità.
ci siamo rivolti ai profeti
e ne abbiamo conosciuto la truffa.
luminosi di luce al neon parlavano
con voci allenate all’ipnosi su larga scala
delle insondabili profondità del sole.
c'eravamo anche noi, nelle piazze,
e mentre ascoltavamo increduli e ringhianti
questi pazzi ben pagati da un dio in terra,
mescolati com'eravamo in mezzo a milioni di persone silenziose,
abbiamo sperato con tutte le nostre forze in una rivolta,
abbiamo passato voce per un linciaggio.
non capivamo che gli altri ci guardavano senza capire.
abbiamo capito in che modo tutto è già fottuto quando l'applauso,
sorprendendoci, ci ha schiantato i timpani
e quel poco che rimaneva del cuore.
abbiamo dovuto correre noi, per non essere massacrati
e abbiamo scoperto che non è tanto difficile prendere metri
da chi ha venduto l'anima per un pugno di sabbia
quanto andare avanti senza una speranza verso cui puntare.
abbiamo dormito per giorni interi evitando di pensare,
cercato nei nostri sogni la ragione della nostra inquietudine.
abbiamo raccolto tutte le nostre energie
per trasformarci in intuizione pura,
abbiamo preso la vita e l'abbiamo spogliata
di ogni cosa che ci pareva non servisse:
i giri di parole dei poeti,
i macigni che i filosofi ci hanno fatto rotolare sopra,
le croci che le religioni ci hanno conficcato dentro,
una dietro l'altra, in un modo o nell’altro.
abbiamo ripulito tutto, cancellato le impronte digitali
di chi ha manipolato l'argomento prima di noi,
e quello che è rimasto ci ha colpito,
perchè era una cosa che dicevamo da bambini,
che sapevamo da tempo: dire, fare, baciare, lettera, testamento.
un gioco, guarda caso. E una penitenza.
abbiamo cambiato le nostre vite in fiches,
affittato vestiti eleganti, passato tutta la notte a giocare d'azzardo.
siamo usciti per ultimi, che quasi era l'alba,
ce ne siamo andati via come fantasmi
e anche adesso, se qualcuno ce lo chiede,
non sapremmo dire se quella volta lì abbiamo vinto oppure no.