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Pubblicata il 05/06/2013
I

ecco qui.
salutavo l’immensità silenziosamente blu delle otto di mattina
scendendo dalla parte sbagliata della macchina.
per forza,
la portiera dal lato guidatore era bloccata,
se ne stava così da quasi un anno,
testardamente chiusa,
oscenamente scassata,
tragicamente accusatoria.
era come una cattiva abitudine contratta con il tempo.
ci pensavo.
non avevo nessuna intenzione di portarla a riparare.
non aveva senso, d’altra parte,
dato che c’avevo fatto il callo benissimo,
in men che non si dica.
basta piegare un po’ la schiena e scavalcare il cambio.
il gioco è fatto, non è difficile.
vero è che in materia di abitudine sono un campione indiscutibile,
gigantesco.
quasi assurdo.
raggiungo, in periodi di forma piena,
picchi e prestazioni davvero formidabili.
alcuni benpensanti amici miei mi disprezzano,
a colpi di occhiatacce frequenti,
per queste tendenze evidenti e orientate allo sfascio.
e’ l’ usura potenziata dall’inerzia, che non mi perdonano.
non lo faranno mai.
alle volte contestano i miei metodi perfino con violenza,
con spudoratezze frontali davvero fastidiose.
cosa posso dire? Cosa si può fare?
poco o niente, penso io.
in tutta onestà, è difficile prendersela sul serio
con gente congegnata in questo modo,
gente che si spaventa facilmente e per di più in profondità,
gente che vive in un sistema collaudato di recinti,
reti e palizzate
e che per farsela passare fa gran giri di parole.
la chiamano stabilità ma è ben strana,
insospettisce.
hanno i loro ventimila Dei, loro, uno per domenica,
sicchè poi è complicatissimo condurli davanti a qualcos’altro.
rimangono sul vago,
hanno i loro buoni motivi, è vero.
ma lo stesso
il loro amore per i giudizi sparati a bruciapelo
ha davvero qualcosa di sinistro.

ii

ecco come è andata, comunque,
ecco come sono diventato.
basso e magro da sempre per ragioni familiari
e, in seconda battuta,
per carattere e per una tenace propensione allo scivolar via,
faccio, per campare, quel che capita al momento.
muovo mani e testa quando immagino che serva.
tengo d’occhio come posso il rollio del conto in banca.
a rimbalzar come una palla di gomma
addosso ai un muri
niente assume dimensioni decisive.
il vantaggio del lavoro interinale
è che rimani quel che sei per tutto il tempo.
cammini ore e ore dentro percorsi di fatiche
e poi improvvisamente c’è silenzio e ne esci fuori.
per quanto distante puoi andare,
per quanta strada fai,
è una cosa che ho provato su me stesso,
davvero non ti puoi smarrire facilmente.
ogni volta,
più o meno rintronato dal rumore che ti s’è incastrato dentro,
ritorni là da dove sei partito.
la giornata ti ha masticato per bene
ma non gli piaci abbastanza
e in men che non si dica ti risputa fuori.
fai in tempo a guardare il tuo tramonto,
pensi a niente,
torni a casa passando per la superstrada come tutti.

sono le agenzie di lavoro
che c’hanno preso gusto.
mi cacciano dovunque ci sia un buco,
a piacimento loro,
perché sono quel che sono che sono,
io, è appurato, ormai,
al riguardo non c’è più niente da fare.
vanterie sprecate,
drammi a parte,
mi sono fatto un bel po’ di fabbriche del circondario,
oggi qua, domani là,
rigorosamente senza progetto
e senza prospettive a lungo termine.
ragionano così, le agenzie,
spingono e spremono ogni cosa
per ammucchiare tutti quanti i loro soldi.
bisogna capire,
rientra nel diritto che si sono costruiti apposta
a tarda notte.
fanno girar la legge più che possono
finchè la legge rimane ancorata forte dalla loro.
per quanto mi riguarda costo poco e chiedo il giusto
sicchè abbiamo finito
per intenderci benissimo, tra noi.
per di più non mi lamento quasi mai.
ci tengo, infatti, a non passare del tutto per barbone.

iii

vero è che ad esser spedito a destra e a manca
come un pacco con le braccia
dopo un po’ ti viene su dal profondo una specie di rutto esistenziale
e poi quando fa caldo ti sale anche una gran febbre.
cominci a delirare.
se non ti marchi stretto, rischi di perdere il filo seriamente.
ad un certo punto non sai più nemmeno bene quello che fai,
lasci perdere, vai a orecchio, ti riduci a un ritmo.
ti dimentichi che dietro un gesto c’è uno scopo ben preciso e anzi,
te ne freghi sempre meglio, tanto poco ti riguarda, ormai,
l’affitto del tuo stesso movimento.
vai in bagno a pisciare,
ti guardi allo specchio e ti trovi in faccia come un’espressione strana,
ti riconosci a stento.
alle volte è decisamente allucinata.
allora ti preoccupi anche un po’.
ti chiedi che cos’è, cosa si può fare,
se c’è un modo di uscirne, casomai,
di non tornarci più,
a cercare quei quattro soldi stropicciati
con cui regoli il tuo mese vagamente spaventato.

iv

ma comunque è cominciata in questo modo.
e’ bastata una caduta.
a dire il vero sono inciampato su una linea disegnata,
tempo fa,
quando sul collo avevo ancora appoggiata una testa tutta intera
con dentro perfino alcune idee precise.
nemmeno tante, dopotutto,
di quelle che costano poco e passati i vent’anni
valgono ancora meno
ma allora era tutto quel che avevo.
logorato da tante storture che mi parevano invincibili
e che invece adesso non sto nemmeno a dire
o ripetere
o ricordare,
tanto son ridicole,
per dispetto giovanile
e con premeditazione di stampo genericamente vendicativo,
non ho più imparato niente e anzi,
ho buttato tutto all’aria per sdraiarmi meglio
e restare proprio lì.
contavo, insomma, di morirci almeno un po’.

testardo come un mulo,
deciso, ormai, a non voler fare nemmeno un passo avanti
mi sono reso conto,
una volta fermo, di un’impossibilità evidente,
grande quanto il mondo,
scoraggiante e potentissima in un colpo solo,
collegata a un niente davvero inafferrabile
tanto non si è adatti a farsene una ragione o a pensarlo.
nemmeno alla lontana.
mi è parso di indovinare le forme di un movimento splendido,
imponente, luminoso e totalmente disumano.
il vuoto prodotto dalla smisurata quantità del tempo
infilato dietro e davanti a tutto quanto
è l’unica cosa che,
per quello che ne so, si può capire bene.
parlo della faccia orrenda dell’infinito, insomma,
la catastrofe di uno scivolone immane che continua
e che non s’arresta mai.
possiamo solo guardarla,
una cosa così, per un attimo, prima di finirci sotto.
e’ stato allora e seriamente
che ho mollato di botto
l’ambizione ad arrampicarmi chissà dove.
e’ nient’altro che una scelta precisa dopotutto
quello che occorre fare a un certo punto.
bisogna misurarla molto bene su se stessi,
conoscersi meglio che si può,
capire da che parte si guarda e intuirne il perché.
se non tutto, almeno un po’.

v

ma questa è filosofia da quattro soldi
e la filosofia da quattro soldi,
se ci si pensa bene,
è quasi sempre un alibi.
forse, molto semplicemente,
non ero per niente portato alla pazienza o alla furia
di quegli sforzi immensi e davvero troppo mal pagati.
ho liquidato quel che avevo volentieri,
come ho potuto,
al miglior offerente e senza farci la cresta.
senza fare il furbo.
finalmente nudo come un verme,
mi sono adattato
a quel che viene incontro un po’ alla volta.
accetto il cielo,
accetto la terra,
accetto tutto quello che c’è in mezzo
quello che c’è sopra
e quello che si nasconde sotto.
un universo muto
non può mentire, mi dico spesso,
e non può farlo nemmeno quando mente.
alle volte ci sono squarci improvvisi
e botte clamorose di bellezza.
e’ una bellezza selvaggia e indifferente,
però, non ha un nome,
passa senza guardar nessuno
e poi se ne va per la sua strada.
non tornerà più.
io pure vado per la mia strada
voi, immagino, farete lo stesso tutti quanti.

ognuno fa il giro che si merita, si dice.
ognuno fa il giro che si sceglie.
si dice anche così.
non saprei, non ne so più molto,
sono confuso, oggi come ieri,
su questo e su tante altre cose.
e poi sono stanco,
ho staccato da mezz’ora,
ho bisogno di una doccia,
di un bicchier d’acqua,
di fumare una sigaretta in santa pace.
ne riparleremo attorno a un tavolino,
allora, se saremo in grado,
se ancora ce ne importerà qualcosa.
domani, dopodomani,
la settimana prossima,
quando pare a voi.

posso aspettare diecimila anni, oramai.
io, per me, non ho più fretta.
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uno sfogo commovente , purtroppo questa e' la riforma Biagi quella che non ci fa' sentire piu' ne uomini ne donne ma solo braccia a prezzo quasi zero, ma debbo dire che sei un Operaio con la o maiuscola perche' nonostante tutto non ti arrendi,un abbraccione di solidarieta'

il 05/06/2013 alle 23:28
Jul

Se fossi in te amplierei quello che hai scritto perché lo fai abbastanza bene e costruirei un successo letterario proprio dal titolo "Confessione di un operaio interinale". Se ogni giorni scrivi una pagina a fine anno avrai composto un libro e sai, la vita è strana... lo manderei alle case editrici in lettura, non si sa mai... Auguri

il 06/06/2013 alle 17:18