l'ultima volta che l'ho vista pioveva e lei sorrideva
come se il sole ce l'avesse dentro.
era così ma io ancora non lo avevo capito.
e' stato l'inverno a portarmela via.
poi è venuto il silenzio ad alzare i pensieri
e con i pensieri sono arrivati i sogni
e nei sogni il tempo si è fermato
congelando la forma delle cose,
rimandandone la destinazione e cancellandone l'origine,
i motivi del viaggio.
allora ho aspettato, immobile,
che fosse tardi, tardi davvero
e quando ho sentito il movimento e la velocità
scorrermi forte nelle vene
ho chiuso gli occhi e sono partito anch'io.
il cielo è rosso quando il sole tramonta,
sull'isola di Atlantide.
il mare brilla di miliardi di scintille,
come un'enorme vampata che non si consuma,
un incendio freddo.
allora mi viene in mente qualcosa
di improvviso e velocissimo,
ma è solo un attimo senza prospettiva di dilatazione.
un'immagine impazzita, un frammento in fiamme
manifesta la sua presenza dentro il mio sangue
senza farsi decifrare.
attraversa in rotazione i canali della memoria
senza sfiorare le pareti
in una traiettoria precisissima
che non lascia traccia.
se solo riuscissi a inibire i processi del pensiero
fino a ridurne il ritmo potrei darle un nome,
a questa scia violentissima.
forse si tratta di un sogno andato perduto,
del rancore di un ricordo mai ricordato
o è l'eco di un desiderio antichissimo
che non si spegne.
e' la rapidità con cui si muove che mi angoscia,
mi spaventa l'idea di avere dentro
qualcosa di incontrollabile,
che non riesco a seguire in nessun modo,
che fa parte di me in maniera marginale,
che non tocca niente di preciso
e che io, d'altra parte, non riesco a toccare.
poi l'attimo si azzera come se non ci fosse mai stato,
cancellato, impercorribile a ritroso.
torna il silenzio, sul molo dell’isola di Atlantide.
allora la mia attenzione si sposta sbilanciandosi in avanti.
il pensiero all'inizio prende fiato,
scivola lentamente, ignora l'attrito,
poi trova il passo e la corsa attraverso la superfice del mare,
sfrutta la mancanza di ostacoli per diventare inarrestabile.
rapida la spinta si trasforma in volo,
non c'è limite, non c'è respiro,
l'unica direzione possibile è giù, fino in fondo.
il movimento è unico e preciso.
il tempo che si gonfiava a dismisura
come volesse inghiottire tutto quanto
invece collassa su se stesso,
perso nella linea d'orizzonte che lo blocca
e lo costringe a tornare indietro.
lo spazio percorribile ormai non esiste più,
irrimediabilmente sconfitto dalla velocità infinita
con cui il mio sguardo riesce a coprire
la distanza massima raggiungibile.
il passato e il futuro si schiantano all'impatto con l'immediatezza,
si disintegrano in ciò che semplicemente sta accadendo ora,
adesso, nella leggerissima inevitabilità senza progetto
di un presente che diventa eterno.
non ho paura, non ho più paura.
ogni istante si lega all'altro non in una sequenza temporale,
ma di causa ed effetto, ritmo segreto di ogni cosa.
non c'è cornice ai margini della scena,
ne coordinate a delimitare l'infinito che vive in ogni momento
e allora la morte muore e io mi sento dio.
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