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Pubblicata il 06/07/2012
Ricordi, Balla Tchao, quando a Pineto
eri uno dei tanti vu-cumprà,
e tra i bagnanti portavi la tua mercanzia,
ma nel cuore chi avevi lasciato a Dakàr,
con soltanto la speranza
di poterle rivedere?
Vorrei provare anch’io la tua gioia,
umile e fiera, quando a Malpensa
sei andato a riprendertele
incredulo ancora e trepidante.

E potevi risvegliarti finalmente
dal sogno custodito e accarezzato
nei chilometri dalle orme ricamati,
dopo tanti anni, passo dopo passo,
sopra l’amaro e muto bagnasciuga.

Non so che cosa ci abbia affratellati
in questo cammino, diventato
così aspro per me. Anche a Ibrahima,
il tuo figlioletto “italiano”,
l’infaticabile “Terremoto”,
hai insegnato a chiamarmi “profesò”,
come fai tu ancora oggi, e fanno
la tua bella Khadi, e Anta, e Salla,
da bimba l’irrequieta “Bomba”.

Tu sai farti voler bene, Balla,
perché vali, perché sei pulito,
anche se non mangi maiale né bevi vino.
Io non ho imparato, Balla, quell’arte;
e sono “profesò”.
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bellissima da quello che ho capito e che tu hai imparato qualcosa ad altri e penso che tu sia un professore ed io mi inginocchio al tuo umile ma primario lavoro sinceri saluti

il 19/02/2013 alle 12:21