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Pubblicata il 04/02/2012
Verrò presto a cercare il tempo - o il tempio –
della mia fanciullezza, che, caparbia,
non volle abbandonarmi, né lo vuole
adesso che i capelli sono bianchi.
E ripercorrerò col cuore in gola
le strade già percorse con mio padre;
mi rivedrò bambino addormentato
sulla sua spalla e gusterò ancora
quanto sia dolce e bello
stare al sicuro dall’infame mondo,
dai suoi tranelli multiformi e vili.
E tornerò alla fragranza del pane
liberato dai forni, ai duri accenti
dei contadini, al riso delle donne
dalle finestre schiuse risonanti.
Ristorerò il mio cuore
dai disperati esìli, dai dolori
compresi ed incompresi,
riannoderò i fili della vita
strappati e lacerati,
aprirò gli occhi e scoprirò di nuovo
la vita senza macchia né bautta.
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Molto evocativa, questa lirica scopre un mondo e un tempo perduti, vagheggiati, rimasti intatti nella mente del poeta come un’oasi di ideale età dell’oro, a cui si desidera tornare, le cui risonanze fanno vibrare l’anima.
All’ “infame mondo” reale, si contrappone nel ricordo quel mondo perduto, quell’ “isola che non c’è” di pura e intatta bellezza:

“E tornerò alla fragranza del pane
liberato dai forni, ai duri accenti
dei contadini, al riso delle donne
dalle finestre schiuse risonanti.”

Bellissime immagini, ricche di grazia e di forza semantica.
Come giustamente afferma il poeta, il tempo del ricordo è un Tempio, costruito intorno ai desideri e al rimpianto per un passato idealizzato e coltivato tra le memorie mai sopite.
Una delle tue liriche più belle, Franco, complimenti!

il 11/02/2012 alle 15:13

Ti sei superata, Maddy; da Nobel. :-))

il 11/02/2012 alle 23:33