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Pubblicata il 26/04/2011
Mi sorprendo a raccogliere ancora
le monete di resto
e metterle da parte per la telefonata
da fare a te alla domenica,
per lenirti un pochino
l'aspra solitudine.

Guardo la massa inerte di metallo,
cui non potrò più infondere la vita:
quali parole tra noi
avrebbero potuto diventare?
cosa avresti detto o avrei detto io
mentre indugiava nella macchinetta
questa moneta,
o quest'altra,
o quell'altra ancora?

Mi avresti parlato delle cose di sempre:
dei tuoi figli
che ti facevano ancora dispiacere,
di qualche nipote o conoscente
che qualche volta tornava a farsi rivedere,
di tuo marito e di quanto (fortunati voi!)
vi eravate voluti bene…
Avresti, ahimè, anche pianto:
chissà a quali di questi freddi tondini
sarebbe toccato sostenere le tue lagrime!
Ed è come se, dal primo all'ultimo,
mi siano rimasti tutti nella strozza,
e fanno groppo,
fin quando, tacitamente,
con quelle lagrime
lasciatemi in gelosa eredità,
si sciolgono in un lungo,
amoroso soliloquio.

E mi accorgo di un'abitudine persa
e di un'abitudine presa,
che perdere non voglio
per alimentare un'ardua illusione;
mi hai lasciato
come, in un'inebriata giornata
di sole primaverile,
sotto l'asfalto la terra
anela alla semente
inutilmente…

1°-2 giugno 1999
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