Continuo a vederti...
la pace momentanea nelle esperienze di sconosciuti altri,
quando la risposta è in tutto quanto è dietro.
È già passato.
Smarrivo il peso di tutto questo,
stavolta vorrei che questa tortura bruciasse in eterno.
Domani sparirai. L’inevitabile.
Perchè per quanto io faccia il tuo tutto è lì davanti.
Il mio essere invece ormai muove a piccoli passi. Stanco, ho vissuto.
Sono la tua prima volta in carcere.
Espii.
Un mondo dal quale fuggire, dal quale prendere ciò che serve e basta.
Tu sparirai perché nulla di noi si realizza,
io non appartengo a nulla che valga la pena trattenere.
Quando sei con me non è neanche lo stesso.
Il mio vivere si realizza nella tua lontananza.
Io teso a non concedere nulla... non raccolgo le mie aspirate consolazioni.
Dimentico della tua presenza.
L’anima sulle labbra per rompere i silenzi,
alla ricerca del giusto appunto, poiché la tua amarezza si respira.
È lì, tra una boccata di fumo profonda e il gelo del balcone,
ed io l’abbraccio stretta.
Vorrei morderla violento.
La pausa breve, quei pochi istanti,
che vorremmo tregua.
A volte ridi, ed è un sollievo.
La mia resurrezione.
L’iniziativa che mi è continuamente richiesta trova la sua soddisfazione.
Un momento di pace interiore per me, solo un pallido istante di conforto per te.
Non si può dire.
Mai.
Neanche poi.
Più in la forse,
altrove,
oltre, se c’è.
Non è desiderio e deve estinguersi.
E poi il sapore del tormento e dell’odio.
Per me solo.
Ti vorrei gigante.
Posso solo occuparmi di te, nient’altro.
Il mio unico premio possibile.
E questi sussurri intesi.
Sarebbe consolatorio esprimere dolci promesse,
ma c’è posto solo per l’irrimediabile.
Non alle insensatezze...
non può chiamarsi sofferenza.
Eutanasia d’ossessione.
Il giorno della mia condanna a morte sarà come annegare.
La nebbia infranta ed un dolcissimo silenzio.
Buio, amore.