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Pubblicata il 20/04/2010
e se ci mettessimo piantati a terra coi piedi nudi mani in alto braccia a v come alberi parafulmini e ci lasciassimo attraversare dalle cose, da una parte all'altra come il coltello con il pane, che ne dici se ce ne andassimo per un po' via lontano dalla periferia, da questo scoramento fragole e cemento, a trangugiare un bel calice di caos metropolitano, un tamarindo amaro, e se ci spedissimo una cartolina dalle distanze siderali di un monolocale, faremmo come le formiche che faticano tutto l'inverno operaie senza sindacati che mettono da parte tutto il raccolto, saremmo parsimoniosi nel farci del male, faremmo attenzione a dove sputare, poca voglia di andarcene a prendere un tumore in spiaggia sotto il sole d'estate, alla tua destra steso e aromatizzato pronto per l'arrosto, alla tua sinistra un fottio di palloncini di liquido seminale,
che fine ha fatto il tuo humor inglese, è che sono le 5 è a prendere il thè,
e i miei amici si divertivano a tagliare la coda alle povere bestiole che tanto dicevano poi gli ricresce e loro pronti a tagliarla di nuovo e cosi all'infinito e io, che pensavo già troppo, preferivo tagliargli proprio le teste cosi che non c'avrebbero perso proprio tempo appresso a quei quattro deficienti, che tanto lo so che avevano preso in odio la loro natura, la loro coda che ad ogni taglio veniva di nuovo fuori e un nuovo trauma una nuova battaglia.


Da quel momento non passa notte senza fare sempre lo stesso identico sogno: sono un pesciolino rosso, uno di quelli che mamma ti compra al mercato per tenerti buono, in una boccia d'acqua piccolissima che appena mi muovo un po non faccio altro che pigliar zuccate contro il vetro, quando si scocciano di me mi tuffano nel cesso con capitomboli e piroette e finisco nelle tubature dove non si sta poi cosi malaccio.
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