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Pubblicata il 03/10/2009
Una osteria così.

Oggi, aprendo il libro dei miei ricordi su Gorizia, non posso fare a meno di sfogliare le pagine della mia vita: adì 27 maggio millenovecentoquarantasette.
Le pagine vecchie sfogliate oggi, riflettono sempre un colore “scuro”, si potrebbe dire di un colore grigio ferro o di una tonalità pastello, ma non è così: le pagine sono sfumate di una tinta color grigio stanco, come le sagome di Goriziani indifferenti che camminano senza sapere dove vanno e che cosa riserverà il futuro ad una città messa in gran difficoltà per la chiusura totale del confine con la Jugoslavia, la mancanza d’idee sia dei cittadini e dell’amministrazione Comunale non lasciava spazio e interpretazioni per il prossimo futuro.
I negozi della Via Rastello, erano quasi tutti sbarrati con tavole di legno inchiodati trasversalmente alle porte e finestre, guardarli dalla finestra dell’appartamento del primo piano del numero quattordici dove vivevo con i miei genitori, davano un senso d’oppressione e sconforto senza soluzione e mi facevano restare ammutolito, non c’era da sperare, il grigio spento era il motivo dominante della città.
Quel pomeriggio annuvolato, ”tipica giornata goriziana” un uomo camminava lentamente con in mano un cestello per gli utensili, si fermò davanti alla bottega di casa mia.
Nel passato era stato un negozio di “pezze di stoffa”.
Il negozio a me piaceva tanto per le sue due vetrine girevoli, il proprietario le allestiva molto bene, le girava verso l’interno del negozio e le rinnovava con delle stoffe ed oggetti per sostenerle, le stoffe colorate secondo le stagioni davano molta vivacità e allegria al negozio e alla Via Rastello.
Io ero sempre d’accordo su come allestiva le vetrine.
L’uomo posò a terra il cestello, prese il “piede di porco” e incominciò a togliere i chiodi dalle tavole che ostruivano l’ingresso alla bottega. Tutto si svolse in pochi minuti, la porta e le finestre aperte fecero entrare la poca luce pomeridiana. Il locale era vuoto, anche le finestre girevoli erano state tolte, uno strato di polvere ricopriva il pavimento, bisognava ricominciare in qualche modo ad allestire la nuova attività.
Il proprietario della nuova Osteria, era un esule Istriano sulla cinquantina. Il suo vestire era povero ma non dimesso, sempre con il cappello in testa era giunto qua a Gorizia per rifarsi una vita, aveva dovuto abbandonare tutto quello che possedeva.
Il suo sguardo ed il suo modo di fare rispecchiava come aveva allestito la sua nuova attività.
L’impressione che avevo guardando l’osteria dalla mia finestra era, di una miseria infinita.
Potevo vedere attraverso le due finestre, il bancone e dietro uno scaffale disadorno, sul quale aveva appoggiato due bottiglie di vino e una fila di bicchieri. Due tavoli con quattro sedie messi dietro le vetrine senza tovaglia non invitavano ad entrare, il tutto era illuminato da una lampadina senza paralume che scendeva dal soffitto e posta al centro del locale.
Qualche volta sbirciando dalla finestra, osservavo che al primo tavolo stavano seduti un di-fronte all’altro l’Oste e presumibilmente l’amico Istriano.
L’atteggiamento per il loro modo di gesticolare era confidenziale, le molte ore che passavano insieme si poteva capire che i ricordi ritornavano e si confrontavano con la nuova vita “Goriziana”.
Non posso affermare che erano caduti dalla padella nella brace ma, questo mio modo di pensare
non poteva essere distante dalla realtà.
Avevano lascito l’Istria per un paese più libero, avrebbero potuto stare più attenti nella sistemazione Italiana, perché ci sono zone come la nostra bella città, dove le cose rispetto al paese vanno molto a rilento, sviluppo industriale e commerciale segnavano il passo e non c'era molto da sperare, avevamo anche noi il muro di “Berlino”.
Per un lungo periodo l’attività dell’Osteria per i pochi avventori che entravano a consumare quel poco che era servito, sonnecchiava smarrita nell’indifferenza dei pochi passanti della Via.

Gli anni passavano lenti e senza sussulti, solo nell’anno cinquantacinque con l’avvento della televisione, “l’oste”, aveva pensato bene di installare un televisore nel locale a servizio dei pochi clienti.
La signora Ada del piano di sopra, il suo tempo libero dopo cena lo dedicava alla TV, prendeva il suo nero e lungo scialle lo appoggiava intorno alle spalle scendeva le scale, attraversava il portone d’ingresso e andava alla cupa osteria di fronte a vedere la televisione.
In quel periodo alla TV davano a puntate settimanali “l’idiota di Dostoievski”, non ne perdeva una.
Lei sapeva e anche lo diceva che il posto non era accogliente, ma poi aggiungeva come usava dire alla fine di ogni suo commento, “in conclusion”….L’idiota, ha tutto un altro significato.
L’osteria continuava ad essere spoglia e poco accogliente, come tutta la Via Rastello.
Io in quel periodo per togliermi l'amaro in bocca, cominciai a scendere sulle sponde dell'Isonzo, pescavo in un fiume azzurro e profondo nei suoi fondali ricchi di buoni pesci, circondato dalla natura incontaminata carica di boschetti e piccoli campi, mi riempiva la mente con le sue visioni colorate.
Anche nelle brume dell'inverno, l'isonzo si rivelava affascinante nei suoi piccoli giri d'acqua ghiacciati. Tutto luccicava di sottile argento all'apparire del sole di mezzogiorno.
Rientravo a casa alla sera stanco, ma lucido nella mente ripulita dall'aria del giorno, vuotavo il cestino di vimini dai pesci nel lavello e mentre ripulivo dalle squame il buon pesce, cantavo senza ritegno e tra una canzone e l'altra ringraziavo Dio per avermi concesso una giornata così.
Ero sincero.
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Clod, mi piace il suo modo di scrivere pacato, che racconta di storie e di stati d'animo e, spesso, regala anche immagini di poesia
alinya

il 04/10/2009 alle 16:00

bellissimo racconto della tua città, molto bene lo
scritto scorrevole,sei bravo caro clod, potresti scrivere un libro.complimenti. marygiò

il 05/10/2009 alle 06:25

ho letto e riletto senza stancarmi...anzi avrei voluto che si prolungasse ...le tue parole sono come ciliege di vita...una tira l'altra.piacere di leggerti.annarella.

il 05/10/2009 alle 09:42
Jul

Tutto luccicava di sottile argento all'apparire del sole di mezzogiorno! Questa è un'autentica poesia caro Clod!
Ma il tuo lungo racconto va legato tutto insieme per farne un bel romanzo dei ricordi della tua vita.
Un abbraccio,
Jul

il 06/10/2009 alle 20:43