Sabato gennaio 1963
Scendo dalla funivia che mi ha portato sulla cima del monte Lussari, sono arrivato ai duemila metri di quota. Ho con me un paio di sci marca “Alpini della Julia”metri due (laminati), uno “sbrego”.
Mi attende una sciata di mille metri di dislivello.
Sono consapevole di essere felice.
Per tutto il giorno di ieri compresa questa notte ha nevicato, ho tre metri neve fresca, la giornata è piena di sole che penetrando attraverso i pini si spezza in mille scintille; vorrei dire qualcosa, non mi confortano le parole.
Con gli sci ancora in spalla mi fermo all’inizio della pista, guardando in giù verso la valle non vedo che…BIANCO, tutto il monte è uniformato e livellato dalla neve caduta sulla pista.
Comincio a scendere verso la “Cappia” primo tratto della pista, non è una discesa facile per chi non la conosce bene, io qui sono di casa, ogni tratto che corre in mezzo al bosco lo conosco a memoria, rimetto le punte degli sci verso la valle, viaaa…
Mi diverto guardando le mie punte degli sci che a tratti spariscono sotto la neve per poi riapparire
alla curva seguente, le mani toccano la neve lasciando dietro di me un turbinio di “polvere”bianca.
Sulla pista non c’è nessuno, sciando veloce ogni tanto muovo i rami dei pini che toccati riprendendo la loro forma primitiva lasciano cadere la troppa neve caduta.
Sono molto felice di vivere questo momento, ho tanta voglia di mettere in tasca questa discesa fatta di serenità , per conservarla con amore tra le pagine del mio diario
Sento che i pini mi vogliono bene come se fossi uno di loro, mi comprendono e mi giudicano per quello che sono.
Ecco ci siamo…. dopo la “cocca”ci sarà il tratto obbligato, si tratta di prendere il sentiero a mezza costa, qui non ci si deve distrarre, è un sentiero stretto che passa in mezzo ai pini, la velocità aumenta con il procedere della pista, tra poco il passaggio si aprirà tra cespugli e giovani pini, bisogna assolutamente “tirare una cristiania”anzi più d'uno.
Mi fermo per riprendere fiato, gli occhi guardano attraverso la berretta di lana che si è messa di traverso, va tutto bene anche se una caduta mi ha fatto penetrare un po’ di neve giù nella schiena attraverso il collo del maglione.
Proseguo giù per la pista, tra abeti Larici e alberi di Frassino, il fiato si fa sempre più corto, ma la voglia della “Di Prampero” attesa e sognata durante la settimana, fa che la mia mente intrappoli lo sforzo fisico.
Il silenzio è totale, l'aria è ferma e il sole c'è.
Arrivo al ripido muretto lo prendo con decisione, vedo il sentiero a circolo che mi porterà sulla mezzapiana, lo faccio tutto “de balin" Guardo all’indietro, su verso la cima del monte, vedo la mia scia a zig zag lasciata dagli sci sulla neve fresca, tutto va come ho sempre sognato durate la lunga estate calda.
Ormai la pista rallenta la mia velocità, guardo la neve, neve quanta neve…….., anche l’impegno si fa più morbido, scodinzolo con gran facilità giù per la pista.
Vedo la fine della lunga discesa, vedo anche la corriera che mi riporterà alla stazione della funivia.
Mi sono chinato per allentare le leve degli scarponi e levarmi gli sci, una pacca sulle spalle da un amico d’Udine mi saluta, “come va Gorizia?”un’altra di Trieste che mi dice” ciao mulo oggi se stada una sciata memorabile, fasemo un’altra discesa”?.
Sono armai da sette otto anni che c’incontriamo su questa pista, non ci siamo mai presentati e non conosciamo i rispettivi nomi, ma questo non importa per chi ama lo sci e la Di Prampero.