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Pubblicata il 17/04/2009
Essere nell'anno 2009 e pensare alla “Casarossa”.
Ex confine Italia Slovenia.
Ricordi non molto precisi mi si rivoltano contro portandomi nell'incertezza di una visone mai presa in considerazione durante la mia fanciullezza, ora devo ricordare per ricostruire un'immagine tanto cara quanto fatta di poche e povere cose.
Una fila di tanti ippocastani costeggiava la Via Giustignani in tutti due sensi di marcia, il legno della staccionata ,consunto da un colore grigio delimita la proprietà, all'interno fa bella mostra di se il gioco delle bocce, la strada fatta di acciottolato con polvere bianca e l'osteria con la facciata dipinta di un rosso sporco rovinata dal tempo, sta li da sempre, si chiama, “Osteria alla Casarossa”, e all'incrocio sulla sinistra l'Ospedale Civile, serio e molto dignitoso.
Questo ospedale lo ricordo molto bene per avermi ospitato dopo una caduta dall'auto, “balilla” mentre l'auto girava dalla Via Alviano alla Via Giustiniani, in piedi stavo appoggiato alla porta della macchina, alla curva pressai con il gomito la maniglia della porta e....finii fuori rotolando sulla strada, sprofondai nel canale delle acque piovane profondo due metri.
Svenuto mi portarono all'ospedale e tutto si risolse in bene nella giornata.
L'atmosfera distesa e tranquilla del posto, ora mitigato da un sole buono e socievole, anche perché le poche automobili che passano non intimoriscono il passante.
Il silenzio è rotto soltanto da un lieve gorgoglio dato da un'acqua che corre tra le case e la ferrovia, ed è la Vertoibica, molte volte raffigurata sulla Domenica del corriere con il titolo attraversano il “fiume” le nostre forze Italiane a cavallo.
Accompagnato e preso per mano dall'amica di famiglia “Irene”, (oggi si chiamerebbe babysitter) io la ricordo così: con questo nome e la sua voce gentile e calda mi lasciavo trainare per mano nelle sue passeggiate verso la Casarossa.
Alla nostra entrata all'osteria i pochi avventori sparsi nella grande sala, l'accolsero con considerazione chiamandola anche per nome: il suo nome ripetuto da più voci rimbalzava fra le bottiglie da mescita, lo specchio consunto metteva in bella mostra il suo sorriso ammagliatore di giovane ragazza.
L'entrata di un sovrano nella sala del trono non poteva eguagliare il fascino che Irene provocava sulle facce sorprese alla sua vista.
Le tavole del pavimento pulite e consunte, facevano vedere le tante venature dal tanto grattare con la spazzola, rilasciavano un odore di pulito, come d'uso nelle tradizioni Goriziane, acqua calda, spazzola di saggina e varechina.
L'alto e lungo bancone che fronteggiava l'ingresso, finiva a destra con una griglia di legno e vetro, all'interno c'erano dei cestini di vimini che contenevano i “salzstangel”,(tondi di pane intrecciato in una forma strana, cosparso di sale grosso) in un altro cestino delle uova sode con accanto le saliere per impreziosire l'uovo nel suo gusto.
Dietro al banco in bella evidenza c'era un cartello con su scritto: oggi gulasch, venerdì baccalà.
Irene mi prese in braccio e mi fece sedere sul bancone
L'atmosfera della stanza riproduce fedelmente le ore della mattina festiva, le campane della Castagnevizza suonano per una nuova messa, non potrebbe essere diversamente per questa Domenica di sole.
Il sole illumina attraverso le piccole finestre il pulviscolo che si forma camminando sul pavimento di legno.
Irene doveva essere ben voluta dalle persone maschili che frequentavano il locale, tutti le rivolgevano parole di grande simpatia con molto rispetto, non tollerava volgarità.
Non so come fu... ricordo soltanto le molte insistenze verso la “platea attenta per Irene” per farmi avere un palloncino, me lo ritrovai legato al polso, (era lungo e trasparente), le battute e i leggeri sorrisi che avevano nei miei confronti mi indispettivano e non capivo, il palloncino mi piaceva ma non era colorato.
Il ritorno verso casa fu breve, salita del klanz e cento metri di discesa verso la città, abito dove sono nato, in salita al Castello.
I miei genitori non erano contenti del mio palloncino e neanche di Irene.
Questa faccenda finì con calde lacrime, per lo scoppio “casuale”del palloncino provocato da mio padre con la sigaretta che teneva in bocca.
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Jul

Il racconto continua...
Ciao, Giulia

il 18/04/2009 alle 17:05