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Pubblicata il 04/04/2009
Quando mai mi ero soffermato a riflettere di quel periodo della mia vita, ieri sera prima di addormentarmi ho rivissuto la mia città in modo magistrale, mai mi ero immerso con tale accortezza nella vita passata, in compagnia di mio padre riflettevo a ruota libera, sapevo cosa dire, le parole fluivano nel mio cervello per tramutarsi in visioni reali.
La mia città era multicolore, non solo per l’animosità che vi regnava in tutti i settori della vita quotidiana, ma era l’atmosfera nell’aria impregnata di tutto il bene che la gente multietnica comune può dare, le tinte erano al posto giusto ed i valori stabili, per questa gente che sapeva ridere e divertirsi in tutte le situazioni della vita.
Seduto sulla sua motocicletta con i piedi a terra, mio padre con un fare soddisfatto ascoltava la sua Gilera “otto bulloni”, che scandiva un minimo forte e preciso, l’aveva comperata nel dubbio: doveva scegliere tra una casa di tre piani di Via Formica o la moto, così aveva scelto, mi aspettava di fronte al portone di casa, Via Rastello quattordici, mi fece salire sulla moto come promesso e partimmo per un giro nella città.
La prima sosta al mercato dei Manzi, sistemato tra la Via Rafut e la Via Giustignani, all’ombra dei grandissimi ippocastani c’era molta gente che contrattava la vendita delle bestie, queste legate a dei tubi piegati a forma di “u” e cementati in terra, aspettavano la loro sorte, l’aria che regnava in questo settore era d’assoluta cordialità, quasi d’allegria, il muoversi delle bestie e il loro muggire cauto e sommesso completavano il quadro.
Ancora delle belle accelerate di gas lungo la strada alberata di Via Giustignani per arrivare sparati in Corso (centro della città), ci fermiamo alla pompa di benzina quasi di fronte al caffè Italia, gestiva la “pompa di benzina” il signor Blokar, amico di mio padre.
Si capisce dal modo di parlare tra i due, che la vita della città prevaricava le più rosee previsioni, la consapevolezza della prosperità di Gorizia era evidente in ogni dove.
Tornati in sella alla moto, riprendiamo di buon “passo” su per il Corso Italia, svoltiamo a sinistra per fermarsi dentro ad un gran cortile di Via Seminario, scendiamo dal mezzo per fare visita ad un altro amico di mio padre, il Signor Giorgio Benz, Ungherese per nascita, gestisce assieme a suo fratello Signor Scepel, il grande e voluminoso laboratorio per canne da organo.
Entriamo scendendo due scalini.
Il contagio e l’ammirazione per questo posto di lavoro mi trova impreparato, una moltitudine di canne per organo da chiesa si scagliano ritte verso l’alto soffitto, sul lucido della latta stagnata rimbalza le luci delle finestre e dalla rotondità delle canne fa risplendere sui tavoli molto grandi ricoperti di stoffa felpata, le sagome delle canne ritagliate e non ancora arrotolate, si poteva distinguere tutte le dimensioni per le varie tonalità asservite.
L’amico Giorgio Benz seduto davanti alla tastiera dell’organo di prova, sta suonando per il collaudo finale delle nuove “nate”.
Le suonate di Bach, qui sono di casa.
La grande stanza è immersa in una sonorità magica, nulla di così bello avevo mai pensato di poter assistere, l'emozione è forte.
Mio padre si avvicina all’amico appoggiando una mano sulla spalla, lui girandosi con un cenno della testa esprime un mezzo sorriso, conferma il piacere della visita.
Ora per me i ricordi si fanno più chiari, le molte gite domenicali finivano sempre in qualche paese tra valli e montagne, la visita al parroco della chiesa del posto era certa, non mi domandavo il perché, e nello stesso tempo m’incuriosiva, tutta questa religiosità mai espressa nelle tante cene consumate tra le due famiglie del Sabato sera, insieme a questa persona gentile, semplice e modesta .
Ora lo vedo risplendere nella sua competente professionalità di “costruttore e tecnico dell'organo a mantice”.
L'uomo che venne dalla “Puszta”, ora lo osservo con molta attenzione e comincio a capire chi è.
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Jul

Intrigante questa storia di g.Benz e bello il racconto della libertà di scegliersi la moto ed andare con il proprio figlio.
Ciao clod, alla prossima

il 04/04/2009 alle 21:18