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Pubblicata il 25/02/2009
Quella brutta sera pioveva, “pioggia sottile tipica Goriziana”. I bollettini metereologici trasmessi via etere con l'alfabeto morse prevedevano: nella notte tempeste con lampi e tuoni e saette in tutte le direzioni. Insomma, una di quelle notti che si consigliava di restare a casa attorno al fuoco o perlomeno stare nel letto sotto le coperte con le finestre chiuse
I confini erano stati aperti tra Slovenia e Italia, e l'aria che si respirava nei cortili, nelle case e dietro ai muri non prometteva nulla di buono, L'attesa “sospesa” rimbalzava da casa in casa, di posto in posto, da orto in orto e dove poteva si aggrappava alle grondaie delle case. Le polveri sottili intaccavano ogni parete, disegnando sinistre paure mai concepite dall'essere umano.
La nostra famiglia composta da quattro figli più i nonni, formavano un gruppo eterogeneo di discendenze diverse sia per nazionalità che per madrelingua. La conversazione tra una forchettata e l'altra, quando il capofamiglia lo permetteva, si svolgeva in un dialetto locale, tipico del posto.
Quella sera a tavola si poteva mangiare cibi tipici locali: repa in tecia, wirstell tipo Vienna, slicrofi al burro, caponata alla siciliana e bistecche alla fiorentina. L'atmosfera che vi regnava attorno alla tavola era come di consueto benevola e quasi allegra, ma dentro nell'anima più profonda “sbisigava” una voce che domandava e ribatteva di continuo: ne porterà via l'identità?
La cena era stata consumata e tutto lasciava prevedere la normalità.
All'improvviso un rumore che definirlo sinistro, era dir poca cosa. I fulmini avevano cominciato a scaricarsi attorno alla casa e facevano intravedere un carro trainato da ventidue cavalli, la famiglia si precipitò alle finestre non senza timore, per vedere quel poco che si poteva capire.
Tutta la famiglia si riunì al centro della stanza, la porta si spalancò e un uomo con una mantellina nera da marinaio grondando acqua da tutte le parti si piazzò con le gambe larghe e la frusta in mano davanti al gruppo terrorizzato domandando: chi di voi ha l'identità?
Il padre Ferruccio consapevole della situazione, tirò fuori quello che di più caro aveva custodito negli anni della sua vita e gli consegnò al “destino”.
L'uomo nero prese l'identità e la sbatté sul carro.
Ma come domandò il padrone di casa, così se butta la nostra civiltà?
Taci uomo di poca fede, la tua identità è messa con tutte le altre sul carro della nazionalità e trasportata in un luogo sicuro, dove sarà sepolta e custodita nella sua integrità.
Chiusa la porta, la famiglia rimase attonita di tanta violenza. Tutti si abbracciavano e quasi piangendo invocavano quello che avevano lasciato portar via senza riflettere, ma poi piano a piano guardandosi in faccia si accorsero: che una leggera armonia cominciava a far posto a qualche cosa che non avevano mai provato: si erano liberati di un fardello?
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