La strada che portava i Seminaristi alla Chiesa era obbligata, passavano ogni giorno nella piazzetta dove noi ragazzi giocavamo.
Al loro passare, forse per rispetto o chi sa per quale diavoleria ci fermavamo dai nostri giochi e eravamo quasi ipnotizzati dal loro incedere ordinato in file per due, vestiti con le tuniche nere ornate da qualche pizzo bianco, in silenzio fluttuavano attraverso la piazzetta.
C’era molto rispetto per queste loro apparizioni silenziose, o quasi.
Qualche volta bisbigliavano sottovoce, ma il prete “grande”, con uno sguardo severo e un piccolo sssh, metteva a tacere la loro giovane età:
Non si sapeva molto del Seminario, solo che era una scuola per “Preti” .
Non era così per gli orfani dell’Istituto Lenassi: ancora prima che si potessero vedere, il rumore che facevano con gli zoccoli di legno sul porfido della via, ci metteva tutti in allarme.
“Arriva quei del Lenassi”! Inquadrati sempre in fila per due di buon passo, arrivavano alla piazzetta molto velocemente. Bisognava guadagnare in fretta qualche posto per nascondersi: chi nei portoni delle case, chi dietro dei massi di pietra molto grandi; qualcuno impaurito restava immobile per non farsi contaminare da qualche malattia, cercava di non respirare il poveretto isolato, il contagio era nell’aria.
Vestiti con delle mantelline nere, chiuse con catenelle d’oro (ottone), tutti rapati a zero, camminavano in modo risoluto e serio, senza pronunciare una sola parola.
L’insieme delle mantelline e le teste rapate producevano timore, non era piacevole incrociarli.
Le cose a quel tempo andavano così, senza spiegazioni, solo ragionamenti acquisiti nelle strade del rione.
Chi per un verso chi per sentito dire, tutti eravamo concordi su un punto, che erano prigionieri senza collare, ed erano obbligati a stare in fila per due e rinunciare ai giochi della piazzetta.
Mancavano a loro le guance rosse ed i vestiti un po’ sporchi di terra.
Non avevano lo sguardo vivo e il sorriso scanzonato o qualche volta lo "smoccolamento" dal naso per il troppo correre.
Doveva pur significare qualcosa.
Ma forse loro non lo sapevano, perché erano già morti.
Ben diversi erano i cadetti aviatori (orfani di guerra), divisa blu con bottoni d’oro, cappello con visiera e al fianco, uno spadino con catenella dorata.
Facevano invidia, erano quanto di meglio un ragazzo potesse desiderare.
Sfilavano con grande orgoglio nelle parate o nelle funzioni importanti.
Erano tutti giovani, ma quanta differenza nell’iniziare la vita.
Le caste della società si fanno sempre sentire, anche oggi?
A quell’età non mi domandavo il perché di queste differenze, ma il disagio c’era e si manifestava con lo stringere i denti con molta forza.